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Termini Imerese: Un carnevale “Fiabesco” – di Nando Cimino

Per chi ne ha vissuto o conosciuto la storia, l'aria che si respira al Carnevale Termitano non ha eguali

Per chi ne ha vissuto o conosciuto la storia, l’aria che si respira al Carnevale Termitano non ha eguali. E così, tornando indietro nel tempo, ho provato ad immaginare come, dopo l’interruzione dovuta alla seconda guerra mondiale, nella nostra città si fosse tornati a rivivere l’atmosfera magica di questa antica festa. E ne ho preso spunto per raccontarvi questa breve favola, che sa di nostalgia, di semplicità, di gioia vera.

“Era una fredda sera di gennaio del 1946. Abbottonato dentro un lacero cappotto, come tanti facevo ritorno a casa. Il cielo tuonante, non lasciava presagire nulla di buono; ed una pioggerellina insistente, seppur leggera, rendeva fastidioso il cammino. Non so perché, ma al contrario delle altre volte, avevo scelto di percorrere una stradina secondaria che, tortuosa, attraversava il vecchio quartiere della Ciba. L’unica luce era quella che proveniva fioca da qualche finestra socchiusa dei tanti poveri bassi, più simili a tuguri, abitati per lo più da poveri viddani jurnatara. Il funesto ricordo della guerra appena passata era ancora vivo e, tutto intorno, si percepiva ancora un’aria di mestizia e di sofferenza. Senza nemmeno rivolgermi lo sguardo passò un contadino che in sella al suo mulo, e protetto da un vecchio mantello di cerata, ritornava stanco per cercar riposo fra le mura di casa.

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Un gatto infreddolito, scappò veloce insinuandosi fra le mie gambe e sparendo tra le pietre di una vecchia stalla. Quasi avevo paura; ma non ebbi il coraggio di tornare indietro! Lontano, all’improvviso, vidi apparire come ombre due figure che, con incedere lento, mi venivano incontro. Non sapevo cosa fare, i tempi non erano tranquilli, e bisognava tenere sempre gli occhi aperti. In mio aiuto venne un vecchio lampione che poco più avanti rischiarava a malapena la strada. Finalmente li potei distinguere; e mi resi subito conto che si trattava di un vecchio signore e di una altrettanto anziana donna, che probabilmente doveva essere la moglie. Camminavano a braccetto ed avevano un’aria allegra, quasi felice; ne fui rassicurato, e non appena ci incrociammo, soffermandosi mi salutarono.

Lui era bassino e rotondetto, i capelli bianchi, le gote rosse, e si appoggiava ad un vecchio bastone; la donna, alta e smagrita, aveva in testa un improbabile cappellino infiorato e, con fare riverente, fece quasi per abbracciarmi. Tranquillizzato, ma ancor più incuriosito, chiesi loro chi fossero. Lui non proferì parola; fu la donna a parlare dicendomi che erano due nonni. Mi spiegò che ormai da tempo abitavano lontano; ed ogni tanto tornavano in città per rivedere i loro nipoti. Proseguirono, e li vidi allontanare diventando nuovamente ombre; anche io, dopo averli salutati, ripresi a camminare. Feci appena in tempo a svoltare l’angolo quando, passando davanti ad una porta socchiusa, sentii arrivare alle narici un intenso profumo di dolci frittelle.

All’interno si udiva un allegro ciuciùliu di gente che amichevolmente stava trascorrendo la serata. Ne fui stupito! – Poco più avanti, e non mi sembrò vero, udii distintamente il suono di una vecchia fisarmonica che, a tempo di valzer, accompagnava il ballo di alcune coppie. Davanti casa due ragazzi in maschera conversavano spensieratamente; e al mio passaggio mi regalarono una manciata di calia e semenza. Senza che me ne rendessi conto quell’aria di allegria aveva contagiato anche me. Stavo per imboccare nuovamente la strada principale, quand’ecco apparirmi un gruppo di bambini vocianti che, chiudendomi in cerchio, incominciarono a gridare: “Ih eh carnalivari è”! Finalmente capii; i due arzilli vecchietti che avevo poco prima incontrato, altro non erano che u nannu ca nanna. In città, ogni anno, li attendevamo tutti; e loro tornavano puntuali per portare allegria e buonumore. Era ritornata la festa; era tornata la magia del Carnevale Termitano”.

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