Tempu di Braceri – di Nando Cimino
Davanti alla porta di casa le nonne, con lo scialle sulle spalle per ripararsi dal freddo pungente, preparavano la carbonella
Il freddo di questi giorni mi ha fatto tornare alla mente i tempi ormai lontani quando, nei quartieri popolari della mia città, al calar della sera vicoli e stradine si animavano per il tradizionale rito della accensione del braciere. Davanti alla porta di casa le nonne, con lo scialle sulle spalle per ripararsi dal freddo pungente, preparavano la carbonella “u ginisi”, ed i piccoli pezzetti di legna che venivano adagiati sopra un foglio di carta stropicciata o paglia per facilitarne l’accensione.
C’era chi, e soprattutto fra le famiglie di contadini, avendone la disponibilità effettuava questa operazione utilizzando a scurcidda. Si trattava del guscio delle mandorle che invece di essere buttate, come accade oggi, servivano proprio per accendere a conca od anche a tannura. Per far si che questa operazione andasse a buon fine “u muscaloru” era un arnese pressoché indispensabile; serviva infatti per soffiare leggermente sulla fiamma affinché non si spegnesse. Era quello un momento gioioso e che aveva pure una sua “religiosità”; si chiacchierava con i vicini ci si raccontava storie, ed anche noi ragazzini approfittavamo della occasione per trattenerci ancora un po’ in strada prima di rincasare.
Fin nei primi anni sessanta, proprio per le strade di Termini, in quei giorni d’inverno si faceva vedere Tanu; un omone altro e robusto che insieme alla moglie Mimidda e ad una figlia, abitava in una traversa della via Errante. Tanu, che non so perché era chiamato con la ‘nciuria di Tanu Suaru, girava i quartieri con due grossi bidoni di latta fra le mani o a volte con un grande sacco sulle spalle; e vendeva porta a porta proprio u ginisi. Egli spesso lo recuperava nei tanti forni a legna della città o lo produceva in proprio attraverso la parziale bruciatura di piccoli pezzetti di legno o di scarti di potatura. Sono ricordi della mia fanciullezza che conservo ancora vivi; una volta in casa infatti, dopo una frugale cena, tutta la famiglia si riuniva attorno a quel “tunnu” di legno sopra il quale “a conca” (il braciere) emanava il suo tepore. Man mano che la carbonella si consumava, per rinvigorirne il calore si dava ogni tanto una rimescolata con un vecchio cucchiaio; poi si metteva sopra anche qualche scorza di arancia che, oltre ad emanare un gradevole profumo, si credeva potesse servire pure per limitare i pericoli del monossido di carbonio, sempre in agguato.
Sul braciere si metteva spesso anche “u circu” una sorta di cupola fatta di listelli di legno intrecciato, che serviva per posarvi sopra qualche piccolo panno da asciugare; o a far si che le lunghe gonne delle donne di una volta, non avessero a bruciarsi. Ci si tratteneva così qualche ora parlando dei tanti problemi, della giornata appena trascorsa, od ascoltando i nonni che appassionatamente raccontavano fiabe od episodi romanzati di vita vissuta. Gli uomini utilizzavano quella brace anche per accendervi la sigaretta; e c’era pure chi, coprendole bene con la cenere, vi metteva ad arrostire cipuddetti o patate. Oggi il nostro braciere è la televisione o, ancora peggio il telefonino, che ci isola pur quando siamo vicini. Poi, in quanto a calore, abitiamo in ambienti ermetici ed anche fin troppo riscaldati; ma stufe e termosifoni non potranno mai sostituire il tepore di quel focolare, che sapeva donare la gioia delle cose semplici e riscaldare i cuori.






