Questa cicara che vedete in foto ha circa settanta anni ed è quella in cui io, da bambino, prendevo ogni mattina il latte appena munto che u craparu consegnava porta a porta.
Se non ricordo male fu comprata in un negozio di Termini Bassa che si chiamava Chiaramonte e che si trovava nella via Mulè a pochi passi da Piazza La Masa. Nella cicara, oltre al latte si metteva un pezzetto di petra di zucchiru e poi del buon pane raffermo che mangiavamo con soddisfazione, altro che merendine. In casa oltre alla cicara c’erano anche quelle più grandi e senza manico che chiamavamo “u cicaruni” e poi anche i cicareddi; ovvero quelle con piattini dove si metteva il caffè.
Queste cirareddi assolvevano anche ad un compito terapeutico, erano infatti il principale strumento di lavoro delle cosiddette “calavermi”; donne brave nell’individuare parassiti intestinali dovuti, così si diceva allora, o scantu. La tazzina veniva unta con olio ai bordi ed appoggiata sullo stomaco con dentro uno spicchio di aglio spezzato; se c’erano i vermi essa non si staccava, e veniva quindi tenuta pressata per qualche minuto affinché i vermi potessero essere storditi dall’odore dell’aglio.
Ma ciò detto vi siete mai chiesti perché in siciliano la tazza si chiama cicara? Bene sembra che la parola cicara derivi dallo spagnolo xicara; che in quella lingua significa guscio o comunque piccolo contenitore. Quindi se ancora chiamate la vostre tazze cicara, cicaredda o cicaruni, sappiate che molto probabilmente state parlando spagnolo!






