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Processo “Linea d’Addio”: Due assoluzioni e cinque condanne con pene ridotte

Questo il bilancio per gli imputati del processo “Linea d’Addio”, la banda che rapinò i vecchietti. Cinque sono di Termini Imerese, due i rumeni

La Corte d’Appello di Messina ha assolto Salvarore Terrana e Caterina Cavallaro, di Termini Imerese, rispettivamente padre e moglie del presunto capo dell’associazione per delinquere, Gianluca Terrana. Il processo si era concluso in  primo grado con pesanti condanne a vario titolo per i sette imputati coinvolti nell’inchiesta “Linea d’Addio”.

Avv. Fabio Trombetta

Ad agire fu una vera e propria banda accusata di rapine, sequestro di persona, ma anche di avere compiuto altri furti in abitazione messi a segno a Termini Imerese, Cerda e Sant’Agata Militello. La Corte d’Appello di Messina ha così accolto la tesi difensiva dell’avvocato Fabio Trombetta, assolvendo Salvatore Terrana e Caterina Cavallaro dall’accusa di favoreggiamento personale con la formula “perchè il fatto non costituisce reato”. L’avvocato Trombetta ha sostenuto in appello, così come in primo grado, oltre all’inutilizzabilità radicale dei risultati delle intercettazioni telefoniche (non consentite secondo il difensore per violazione dei limiti di legge in ordine al reato di favoreggiamento personale contestato agli imputati), anche l’applicazione della causa di esclusione della punibilità, dato che i due imputati Salvatore Terrana e Caterina Cavallaro, prossimi congiunti di Gianluca Terrana, erano intervenuti la sera del 14 novembre 2016 a S.Agata di Militello in aiuto del parente rimasto a piedi nelle vicinanze dei luoghi in cui vennero perpetrati i crimini.

Le sentenze di condanna sono state emesse per: Gianluca Terrana, 32 anni, di Termini Imerese, considerato il capo carismatico della banda, a 9 anni, 8 mesi di reclusione e 5.400 euro di multa; Francesco Lamia, 30 anni, di Termini Imerese, a 6 anni e 2.000 euro; Antonino La Bua, 29 anni, di Termini Imerese, a 6 anni, 4 mesi e 2.200 euro. Tutti difesi dall’avvocato Fabio Trombetta. Georgian Iulian Hatos, 24 anni, rumeno residente a Palermo, a 5 anni, 11 mesi e 2.000 euro, difeso dall’avvocato Nadia Naccari; Robert Costantin Aioani, 23 anni, rumeno residente a Palermo, a 7 anni, 2 mesi e 3.600 euro di multa, difeso dall’avvocato Giuseppe Avarello.

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Per gli imputati la Corte d’Appello, aderendo alla tesi difensiva degli avvocati, ha ravvisato nella sentenza di primo grado una illegittima moltiplicazione di condotte in ordine alle rapine commesse nel messinese, avendo il Giudice di Patti condannato gli imputati per due autonome e distinte fattispecie di rapina, nonostante la condotta fosse da considerarsi unica. La sera tra il 15 ed 16 Ottobre 2016, i cinque imputati a cui vengono contestati i capi di imputazione delle due rapine con sequestro di persona, dopo essersi introdotti nell’abitazione dei coniugi Martelli in Ucria, rapinandoli di somme di danaro e di beni, trovavano una seconda chiave di un’altra cassaforte in altro appartamento a Capo d’Orlando, di proprietà degli stessi coniugi. La banda allora si organizza per compiere l’altro furto: due di loro sarebbero rimasti nell’abitazione di Ucria per impedire ai coniugi di scappare e chiamare i soccorsi, mentre gli altri due si andarono a svaligiare la seconda casa di Capo d’Orlando in via Tripoli.

In primo grado il Giudice di Patti, appesantendo le contestazioni criminose, aveva condannato gli imputati a pene distinte per due rapine, quelle di Ucria e Capo d’Orlando. La Corte d’Appello accogliendo lo specifico motivo di impugnazione delle difese, ha riconosciuto la unicità della condotta ed ha conseguentemente ritenuta assorbita la rapina di Capo d’Orlando in quella iniziata ad Ucria, configurando un’unica condotta di azione della banda. Resta in piedi la condanna per sequestro di persona ai danni dei Martelli commesso, secondo i giudici, in occasione della rapina ai coniugi del messinese, ma gli avvocati preannunciano già ricorso per cassazione.

“Riteniamo – hanno detto i legali – la privazione della libertà personale sofferta dalle vittime la sera del delitto, strettamente funzionale alla realizzazione del fine di rapinare, avendo avuto una durata limitata alla sola consumazione del delitto, non potendo configurarsi come sequestro di persona”.

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