La festa di San Valentino in realtà c’è sempre stata; venne infatti istituita nel 496 dal Papa Gelasio I° ed andò anche in questo caso a prendere il posto di un’altra antica festa pagana ovvero quella detta Lupercalia. C’è però da dire che la sua attuale diffusione, almeno dalle nostre parti, arrivò nei primi anni sessanta; ed il boom commerciale diventò “mania” grazie alla diffusione delle cosiddette “Medaglie dell’Amore”, che i fidanzati si scambiavano insieme ai famosissimi “Baci Perugina”.
Questi ultimi contenevano al loro interno le “Valentine”, ovvero dei bigliettini con delle frasi amorose che, soprattutto le ragazze, leggevano con emozione. Ma fin negli anni cinquanta, in barba ai bigliettini ed a San Valentino, l’innamoramento e tutto ciò che ne consegue, prevedeva dei passaggi più precisi e di ben altra natura; infatti l’unica possibilità per potere avvicinare una ragazza era quella di ricorrere al cosiddetto zitaggiu ‘ncasa. Ma se non si trattava di cosa combinata, e ne parleremo in altra occasione, come si faceva a conoscere una ragazza ed a fargli capire le proprie intenzioni senza destare sospetti?
L’operazione di avvicinamento avveniva quasi sempre in occasione di feste o spesso nelle chiese; dove i ragazzi, appostandosi dietro le colonne od in un angolo, dopo avere puntato la “preda” iniziavano il corteggiamento con sorrisini e sguardi di ammiccamento. Ci voleva tempo e pazienza e si doveva stare attenti a non farsi notare dalle mamme con le quali le femminucce andavano sempre in compagnia. Trovata l’intesa si procedeva con il primo approccio ufficiale che era quello del cosiddetto “apparolamentu”; cosa che non avveniva mai in maniera diretta ma per tramite di persone conoscenti che facevano da fiduciarie andando a parlare, come fossero ambasciatori, con i genitori di lei.
La civiltà contadina del tempo non ammetteva deroghe a questo protocollo che andava rispettato nei minimi particolari; e così, solo dopo, si poteva procedere alla “trasuta du zitu” che, per la prima volta ed accompagnato dai genitori, poteva finalmente entrare in casa della futura fidanzata. I genitori di lei avevano intanto preso informazioni sulle qualità del ragazzo e della sua famiglia e così, dopo avere discusso di doti e date, si fissava “u zitaggiu”. La notizia veniva presto e gioiosamente diffusa nel vicinato e tra amici e parenti; i quali erano poi invitati alla festa ufficiale che aveva luogo nella casa di lei e dove i fidanzati si scambiavano gli anelli.
Si suonava e si ballava con semplicità, si assaggiavano taralli e tetù abbeverati con qualche bicchierino di rosolio fatto in casa ed i fidanzati offrivano i primi confetti che per l’occasione, in segno di speranza per un radioso futuro, erano rigorosamente verdi. Ma l’essere zitu ‘ncasa non significava per il ragazzo il poter godere di tutte le libertà; dalla zita si poteva infatti andare solo a giorni ed ore stabilite; e quando si usciva non lo si poteva fare mai da soli. Infatti si veniva sempre accompagnati da qualche fratello o sorella di lei se non addirittura dai genitori che, pur tenendosi a debita distanza, controllavano che nulla di “eccessivo” potesse verificarsi. Ma recitava un antico detto: “Unni ci sunnu fimmini ‘nnamurati nun si ponnu teniri li porti sirrati”; e così, nonostante tutto, a volte capitava pure che….! Ad ogni buon conto Viva gli innamorati e Viva San Valentino ma ricordatevi pure che domani si festeggia San Faustino protettore dei single!






