La Pasqua, si sa, è per i cristiani la festa più attesa; ad essa sono legate usanze e riti che, sotto diversi aspetti, ne fanno un appuntamento unico e particolare. Quella di cui sto per parlarvi è una tradizione antica che però con il passare degli anni, almeno nella mia città, è quasi del tutto scomparsa. Parlo della usanza di vestire i bambini per la Processione del Venerdì Santo.
Erano invece tanti fin negli anni sessanta del secolo scorso; ed impersonavano Cristo con la Croce o Gesù con un agnellino abbellito da zzaiareddi, ma anche figure di Angeli e Santi. Sistemati a due file, precedevano la Processione sotto lo sguardo attento e compiaciuto dei genitori; mentre altre bambine, vestite da Veronica e reggendo un lenzuolo bianco con sopra adagiata una croce, ripetevano lamentosamente e con coinvolgente contrizione: “E’ morto Gesu’ peccati mai più”.
La recita era guidata dalle suore dei vari istituti della città; e si interrompeva quando la banda musicale, allora diretta dal Maestro Gioacchino Carotenuto, intonava le marce funebri. Anche a “Vistuta du Venniri Santu” era tradizione ben radicata tra le famiglie contadine; che sceglievano e confezionavano in proprio l’abito. Prima dell’inizio della Processione la città assumeva l’aspetto di una vera e propria atelier a cielo aperto; le mamme infatti, ultimata la vestizione e prima di recarsi alla Processione portavano i bambini, con gli agnellini belanti al seguito, a fare il giro del vicinato o da amici e parenti per essere ammirati.
Tanti poi si recavano pure nei vari studi fotografici della città per qualche posa da conservare nell’album di famiglia o da riporre, bene in vista, sul comodino. La Processione si concludeva nella Chiesa di San Giuseppe e per i bambini, già stanchi, era quasi una liberazione. Tutti però aspettavano doverosamente la predica che, a mò di meditazione, il sacerdote faceva da un apposito pulpito sistemato davanti alla porta, ed aiutato da un gracchiante altoparlante a tromba. Alla fine, con le strade appena rischiarate dalle allora poche lampadine, si faceva ritorno a casa, dove già ci si preparava per il giorno della Resurrezione e per la Santa Pasqua.
Quella della vestizione di bambini, soprattutto in occasione del Venerdì Santo, è una usanza antica che meriterebbe di essere approfondita dal punto di vista antropologico; ma in passato, ricordo di avere visto anche qui a Termini Imerese, bambini vestiti da santi o da angioletti, pure in occasione di altre feste. E’ quello che gli esperti chiamano “il vestire sacro”; laddove l’abito assume un significato evocativo e, per trasposizione attraverso la figura del santo stesso, anche una valenza protettiva. Era uso che questi abiti, quando non più utilizzati, non dovevano essere gettati, ma tutti o in parte conservati. C’era chi, forse per una forma di superstizione, piuttosto che buttarli nella spazzatura preferiva bruciarli; insomma si aveva convinzione che disfarsi di quell’abito, che si riteneva avesse una sua sacralità, fosse come fare uno “sgarbo” al santo stesso.
Personalmente, ed a riprova di quanto scritto, conservo ancora quella croce di legno che mi si vede sulle spalle nella foto, e che risale a circa 68 anni fa. Come ritengono poi alcuni studiosi, è probabile che questa tradizione sia stata ereditata dal cristianesimo da talune simili usanze in auge nella antica Grecia ma anche a Roma; dove in talune occasioni, i bambini venivano vestiti con simboli riconducibili alle divinità, per ottenere grazie ed averne protezione.






