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Tempu di Branobbisi – di Nando Cimino

Questo nome, con molta probabilità, era stato portato in città già agli inizi del novecento dai tanti turturiciani che venivano per la raccolta delle olive

Ma cosa saranno mai questi “branobbisi” vi chiederete; eppure nel periodo natalizio li mangiamo un po tutti. Infatti i branobbisi, altro non sono che i cucciddata; che però anticamente, e soprattutto alcuni contadini, anche a Termini Imerese chiamavano in questo modo.

Questo nome, con molta probabilità, era stato portato in città già agli inizi del novecento dai tanti turturiciani che venivano per la raccolta delle olive; ed infatti in quelle zone, e soprattutto nella vicina Sant’Agata di Militello, si produce un dolce natalizio simile al cucciddatu chiamato proprio branobbisi. Ricordo pure che mio nonno materno, che era originario di Milazzo, li chiamava addirittura “carrobbisi”; perchè è così che si chiamano i cucciddati nella zona prossima a Messina.

Fin verso la fine degli anni cinquanta quello di fare i cucciddata in casa era un vero e proprio rito al quale nessuno rinunziava; e mi ricordo ancora di quella gioiosa atmosfera che si creava, allorchè tutte le famiglie si riunivano per preparare questo tradizionale dolce. C’era chi con maidda e scanaturi preparava la frolla, chi invece impastava “a conza” che anticamente e nella originaria ricetta era fatta solo di fichi secchi tritati e sbollentati e con la semplice aggiunta di pezzetti di mandorla e di cannella sminuzzata. L’operazione richiedeva del tempo; anche perché ogni famiglia ne produceva in abbondanza. I cucciddata una volta ultimati venivano riposti in capienti teglie leggermente unte di olio, e portate al più vicino forno per la cottura.

Nel mio quartiere si andava ni don Pippinu u furnaru che aspettava davanti alla porta con il suo immancabile sigaro in bocca. A cottura ultimata, e mentre il cucciddatu era ancora ben caldo, si passava a marmurata. Con questo nome a Termini veniva chiamato quel composto bianco e spumoso realizzato con zucchero, albume d’uovo e qualche goccia di limone; insomma una sorta di glassa che però, una volta asciutta, diventava densa e bianca proprio come il marmo. Per questa operazione non si usavano così come oggi i pennelli; ma ricordo perfettamente che lo si faceva con un mazzetto di penne di gallina. E mentre si spennellava qualcun altro era li pronto con i riavulicchi colorati, che oggi chiamiamo codette, e che venivano sparsi sulla marmurata prima che si indurisse; insomma sembrava una catena di montaggio.

Poi si tornava a casa attraversando vicoli e stradine che venivano inondate da quel delizioso profumo; e che dava a tutti un senso di gioia e di serenità. I cucciddata venivano poi conservati nella credenza o dintra a cartedda dove, opportunamente protetti da una mappina, rimanevano ben croccanti per tutto il periodo delle feste. Ed immancabile anche in questo caso ecco una bella filastrocca siciliana che ha per tema proprio u cucciddatu e….con finale a sorpresa.

“Capu di l’annu e capu di misi
li cucciddata unni su misi
sunnu misi ‘ntà la cartedda
datini unu a sta vicchiaredda;
sunnu misi ‘ntà lu casciuni
datini unu a lu vecchiu manciuni.
E datini unu puru a mia
ca vi cantaiu sta litania
e si un mi dati chiddu cchiù beddu…
a vostru maritu ci mori l’aceddu !!!”

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