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Tempu di “Pupa cu l’ova” – di Nando Cimino

Questo tipico dolce della nostra tradizione che in altre parti della Sicilia chiamano anche cuddura o cannateddi od ancora aceddi cu l'ova, veniva impastato a mano nella maidda; utilizzando farina ricavata dal buon grano siciliano

Anticamente, con l’avvicinarsi della Pasqua, in tutte le famiglie le giornate venivano vissute in maniera particolarmente intensa; infatti, complici le tiepide giornate primaverili che mettevano tutti di buonumore, ci si dedicava alle cosiddette “pulizii di Pasqua”. La casa veniva messa a soqquadro con mamme e nonne che si davano da fare per ripulire mobili e biancheria. Immancabile anche la pulizia di posate e suppellettili e soprattutto della cosiddetta ruttami; ovvero piatti, bicchieri, tazze, servizi di porcellana. Come è facile immaginare i bambini in quei giorni erano già in vacanza; ma venivano tenuti a debita distanza per evitare danni.

Diversa cosa accadeva quando si doveva procedere alla “gioiosa” preparazione di “Pupa cu l’ova” che in qualche maniera coinvolgeva pure loro. Questo tipico dolce della nostra tradizione che in altre parti della Sicilia chiamano anche cuddura o cannateddi od ancora aceddi cu l’ova, veniva impastato a mano nella maidda; utilizzando farina ricavata dal buon grano siciliano. La fase più “creativa” era quella della realizzazione delle forme; ed era in questa fase che, come fosse un gioco, veniva data ai bambini la possibilità di manipolare la pasta e magari creare anche loro piccoli biscotti di varie forme. Le mamme e le nonne intanto, con gran maestria, realizzavano intrecci, canestri, galline, pecorelle, su cui poi veniva posato l’uovo sodo.

Il tutto era quindi adagiato su grandi teglie e ad orari già stabiliti, portate al forno. Non vi dico il via vai ed il profumo che da vicoli e stradine inondava l’intera città dove, fin verso la fine degli anni cinquanta, i forni a legna erano ancora tanti. C’era pure chi, per l’occasione, realizzava “i panuzzi duci”; ovvero pagnottine dolci insaporite con semini di anice e con impresso il segno della croce. Queste semplici cose bastavano per dare gioia e far vivere in serenità la festa. Niente colombe o uova di cioccolata; per tante famiglie anche la cassata era un lusso e la sobrietà, oltre che una necessità, era pure la regola.

Io ho sempre abitato nel vecchio quartiere dei Cappuccini; e da li andavamo ad infornare i pupa cu l’ova da Don Pippinu. Si chiamava Giuseppe Conti; e ben lo ricordo come un omino di bassa statura e pur socievole, sempre pronto ad accoglierti con un sorriso e qualche scherzosa battuta. Egli infatti, si faceva trovare spesso all’angolo della strada o seduto in un vicino scalino, seminascosto da cataste di “ramagghia d’alivi” e con in bocca il suo inseparabile “sicarru”.

Ultimata la cottura le teglie, ancora fumanti, venivano riportate a casa e qui, prima che i pupi si raffreddassero, venivano ricoperti con la glassa. Allora la chiamavano “a marmurata”; e ricordo benissimo che veniva sparsa utilizzando una grossa penna di gallina. Poi alla fine, prima che quest’ultima si solidificasse ecco pronti I riavulicchi; minuscole palline di zucchero colorato che venivano sparse sopra i pupa cu l’ova dando al dolce un gradevole aspetto primaverile. Questa era la nostra Pasqua!!

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