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Termini Imerese: I Tavulati ri San Giuseppi – di Nando Cimino

Una di queste, forse la più partecipata, ebbe a svolgersi per tanti anni o scaru, nella parte bassa della città

Nella foto condivisa da Fabio Chiaramonte un momento della tavulata di San Giuseppe al mercato ortofrutticolo

Ci sono tradizioni che immaginiamo possano svolgersi solo nei piccoli centri dell’entroterra, ma che invece anche a Termini erano ben radicate. Parlo in particolare di quella delle famose Tavolate di San Giuseppe e dei cosiddetti “Virgineddi” che insieme alle Vampe, ed almeno fin negli anni sessanta del secolo scorso, venivano organizzate anche nella nostra città. Una di queste, forse la più partecipata, ebbe a svolgersi per tanti anni o scaru, nella parte bassa di Termini.

In un angolo del mercato si preparava l’Altare con un bell’apparato al cui centro troneggiava un grande quadro del Santo; e davanti si stendeva una lunga tavolata con le sedie che venivano portate dalla vicina chiesa del Carmelo. Qui, tra cuffuna di carciofi e carteddi di favi virdi, dopo una Celebrazione Religiosa in cui il Sacerdote benediceva il cibo, i commissionari offrivano un pasto caldo ai bambini bisognosi; ed era una vera festa ed un momento di gioiosa condivisione. Ma erano tanti pure i privati che di piccole tavolate ne preparavano anche in casa invitando vicini e parenti, il tutto a nome ed in onore di San Giuseppe. A tale proposito riporto testualmente quanto scritto nel libro di Giuseppe Navarra “Termini Com’era” che così racconta:

“….In non poche famiglie si imbandiva una grande tavola con ogni ben di Dio, e si invitavano i vecchietti indigenti maschi del vicinato, non pochi dei quali uscivano barcollanti, ma reggenti un fagottino che conteneva qualcosa destinata alla vecchietta che aspettava fiduciosa….”. Non so dirvi perché nella nostra tradizione locale, ed a differenza di altri paesi dell’entroterra, ad essere invitati al pranzo nelle abitazioni private fossero solo gli uomini, ma così era; ad ogni buon conto, e per come avete letto, per le mogli che attendevano a casa veniva comunque preparata na truscitedda con il cibo. Il pranzo, di per se già abbondante, era ovviamente arricchito dalle irrinunciabili sfince, o meglio i spinci come si dice a Termini. Ed è anche questa una tradizione antica la cui stessa parola siciliana gli studiosi riportano di origine latina, e cioè facendola derivare da “spongia”, o meglio ancora dall’arabo isfang o sfang; che significano spugnoso o di spugna. Ed in effetti l’impasto di questo dolce risulta proprio essere spugnoso e durante la frittura ne assorbe l’olio. Al termine del pranzo, e prima che si ponesse fine alla “tavulata” tutti i presenti gridavano “Evviva u Patriarca San Giuseppi”; e dandosi la mano recitavano insieme antiche lodi, una delle quali qui vi riporto: “San Giusippuzzu vui siti Patri, virgini fustivu comu la matri, Maria è la rosa, Vui siti lu gigghiu, ratimu aiutu riparu e cunsigghiu. Prima pi l’arma, poi pi lu corpu, San Giusippuzzu ratimi cunfortu”.

Oggi a Termini le Tavolate di San Giuseppe sono rimaste solo un lontano ricordo; ma da qualche anno i giovani della Associazione Maestri Infioratori ne organizzano una bella rievocazione. Speriamo duri almeno questa.

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