RubricaTermini Imerese

Termini Imerese ha bisogno di un porto commerciale – di Nando Cimino

Con questo articolo vi farò conoscere la vera storia del porto di Termini Imerese

“Serve un porto commerciale”, dissero i nostri amministratori nel lontano 1847 quando decisero quale destinazione d’uso dovesse avere il nostro approdo. Non è un libero pensiero ma vera storia della nostra città, quella che sottopongo alla vostra attenzione attraverso la lettura di un vecchio documento risalente a circa 180 anni fa quando a Termini già si parlava di costruire un bel porto.

Leggete quanto vi è testualmente scritto: – “….Essendo il Comune di Termini per la sua geografica posizione e per le sue economiche condizioni una città di commercio che anima tutti i comuni del distretto, i quali portano i loro prodotti agrari in Termini, onde trovano un sicuro smercio per gran numero di negozianti, che vi si trovano, e per continuo traffico ch’esercitano con Castellammare (di Stabia n.a.) e con altre piazze commerciali essendosi in tal commercio di recente molto accresciuto per le strade rotabili che si sono aperte per le provvide disposizioni date dall’ottimo nostro governo, si crede indispensabile la costruzione di un piccolo braccio di molo onde dar sicurezza ai molti legni (imbarcazioni) siciliani, napoletani ed esteri, che vengono ad ancorare in Termini onde prender carico, accadendo spessissimo in inverno che i legni mercantili sono obbligati a differire le loro operazioni di commercio per molto tempo, ed anco per più mesi a causa di non avere punto sicuro dove ancorare…Il Decurionato perciò nell’apporre un tale bisogno che torna vantaggioso a tutti i comuni del Distretto, propone la costruzione di un braccio di porto a fare il quale potrebbe invitarsi una società di speculatori che ne approntassero il capitale da rimborsaglielo col pagamento de frutti al sei per cento o meno, come meglio potrà convenirsi. Per la restituzione del capitale a frutti propone il decurionato la somma di ducati undicimila annui…”.

A Termini quindi già nel 1847 si parlava di costruire un porto commerciale che sarebbe tornato utile alla città ed a tutto il comprensorio; e per fare ciò si faceva addirittura ricorso al capitale privato (specolatori li chiamavano) per la richiesta di un prestito.

SI TERMINI AVISSI U PORTU…..

Ricordo bene quando da bambino mi portavano al belvedere e li guardando il porto, spesso danneggiato dalle mareggiate, c’era sempre qualche anziano che diceva: “Si Termini avissi u portu, Palermu fussi mortu”! Chissà perché infatti i nostri antenati sono sempre stati dell’idea che Termini, avendo un grande porto, sarebbe stata sicuramente superiore alla stessa Palermo. E che questo sia stato una sorta di chiodo fisso lo dimostrarono sin da subito, ovvero quando da quel 1847, decisero di dare alla nostra città un adeguato approdo commerciale. Una delle cose che furono fatte fu infatti quella di aprire nelle immediate vicinanze una cava da dove prelevare le pietre che sarebbero state necessarie. Ne fece le spese un bel costone roccioso che veniva chiamato “Mussu di Porcu” (vedi foto), che stando agli esperti allora arrivava almeno fino, e se non oltre, agli attuali uffici della Capitaneria di Porto; e che in tempi ancor più antichi, aveva ospitato anche una grande tonnara.

La presenza di questa cava, messa proprio al servizio del costruendo porto, è documentata almeno sino al 1913. Per il trasporto delle pietre fu montato anche un binario a scartamento ridotto con un trenino Decauville; ed al porto finì anche parte del materiale inerte proveniente dal carcere di Termini Bassa abbattuto nel 1909. Ed a proposito della cava di Musso di Porco vi riporto una notizia di cronaca che ho scovato nel “Bollettino dell’Ufficio del Lavoro” del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio e che ci fa capire quali fossero in quegli anni le condizioni di quei poveri lavoratori. Nel testo che ho trascritto integralmente così si legge:

Termini Imerese (Palermo)L’impresa pei lavori del porto Vitale Adolfo occupava nella cava di pietra 16 minatori retribuiti in media con lire 4.50 al giorno per 10 ore di lavoro. Nel mese di Ottobre, per l’avvicinarsi della stagione invernale, i 16 minatori occupati nella impresa per oltre quattro anni, cominciavano ad essere esuberanti, cosicchè per non licenziarli, l’impresa stessa propose loro di farli lavorare a turno settimanale, metà come minatori e metà come smassatori (con salario inferiore ai primi di circa 1 lira). Gli operai non volendo accettare tale patto il 21 Ottobre scioperarono chiedendo di essere mantenuti tutti nel loro lavoro; ma poi con l’intervento dell’autorità di P.S. si adattarono al turno proposto dall’impresa e tornarono al lavoro il giorno successivo. Non erano organizzati. (Notizie dal prefetto e dall’impresa)”.

Io non so dirvi come andarono veramente i fatti ma quel “si adattarono” dopo che era intervenuta la polizia, mi fa pensare a quanto fosse allora difficile per i lavoratori rivendicare i propri diritti. Ed anche questo è quindi un altro pezzo di storia della nostra città e del nostro porto; quello che è poi successo dal dopoguerra ad oggi lo conosciamo un po tutti.

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