RubricaTermini Imerese

Termini Imerese nel……”Tempo di Vendemmia” – di Nando Cimino

Fin negli anni quaranta del secolo scorso nelle campagne termitane la coltivazione della vite era molto sviluppata e tante famiglie ne traevano un adeguato sostegno economico

Un antico detto popolare in uso tra i contadini di Termini Imerese recitava: “Quannu lu tempu accumincia a rifriscari veni l’ura di iri a vinnignari”. Ed in infatti con l’inoltrarsi di Settembre e l’arrivo dell’autunno anche nella nostra città la vendemmia entrava nel vivo.

Fin negli anni quaranta del secolo scorso nelle campagne termitane la coltivazione della vite era molto sviluppata e tante famiglie ne traevano un adeguato sostegno economico. C’erano vigne nella piana del San Leonardo, al Bragone, e pure nelle zone non ancora cementificate di Bevuto e Roccarossa. Ma erano tanti anche i vigneti nelle colline sulla strada per Caccamo e fin nella contrade Quaranta Salme, Canna, ed a Villaurea. Pensate che fin nei primi anni del novecento era pure coltivato a vigneto gran parte del giardino dei Cappuccini; qui in particolare sappiamo di grandi pergolati che davano ottima uva da tavola e che, come ci ragguaglia un documento del comune, furono tagliati nel 1909 per dare inizio ai lavori del nuovo carcere dei Cavallacci.

In conseguenza di ciò a Termini erano diversi anche i palmenti; e tra questi, alcuni anziani ancora oggi ricordano quello di don Caliddu, che si trovava al Mazzarino proprio alle spalle dell’acquedotto Cornelio. Qui l’uva arrivava con i carretti e veniva pigiata, ancora con i piedi, da due operai che qualcuno ironicamente chiamava “i ballerini”. Si, perché i due, con i pantaloni rivoltati fin sopra le ginocchia, a volte lavoravano anche in coppia e spesso senza neanche sostenersi con la fune che pendeva dal soffitto. Essi infatti si mettevano a pestare stando faccia a faccia, ed ognuno con le mani poggiate sulle spalle dell’altro per tenersi in equilibrio, e dando quindi proprio l’impressione di ballare. Il mosto scivolando sul fondo andava a finire in un contenitore, e da qui i contadini lo mettevano nei loro recipienti; otri che non erano ancora di plastica o di resina ma di pelle o di tela olona.

Quasi tutti andavano a comprarli nella vecchia bottega du zzù Giuvanni in via Stesicoro; che, almeno a mia memoria, c’era già nei primi anni cinquanta e dove il signor Borzelliere, aiutato dalla moglie, realizzava a regola d’arte anche teloni per la raccolta delle olive e pure vertuli e sidduna. Ed era forse per questo motivo che tanti lo chiamavano semplicemente “u vardiddaru”. Con il viavai dei carretti l’odore acre del mosto si spargeva per tutta la città ed il prezioso liquido, giunto a destinazione, veniva travasato nelle botti. Il primo assaggio, come da tradizione, sarebbe poi avvenuto nel giorno di San Martino quando si “spinucciava”; era il vino novello che tanti contadini termitani definivano “u vinu picciriddu”, perché non aveva ancora raggiunto la giusta “età” di maturazione.

Ed intorno alla metà del novecento a Termini Imerese, e per alcuni anni, ebbe a svolgersi anche una bellissima sagra dell’uva che coinvolgeva tutta la città. Vi partecipavano camioncini e carretti, riccamente addobbati con botti e pergolati da cui pendeva tanta uva; e pure tante bambine che vestite da contadinelle allietavano la sfilata con canti popolari siciliani. Purtroppo anche di questo bel periodo si è persa memoria.

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