CronacaMontemaggiore Belsito

Ucciso a colpi di fucile perché stava compiendo il proprio dovere

Sotto quella divisa c’era un uomo: Giuseppe Cavoli appena maggiorenne aveva giurato di essere fedele all’Arma. Dopo 35 anni dalla sua morte il paese lo ricorda.

Si è svolta il 19 gennaio scorso la cerimonia in ricordo di Giuseppe Cavoli, appuntato dell’arma dei carabinieri, ucciso trentacinque anni fa, mentre era in servizio presso la stazione di Montemaggiore Belsito. L’omicidio risale al 21 gennaio del 1983, quando tre militari erano alla ricerca di Giuseppe Zanghì, un uomo del posto, con l’obiettivo di condurlo in una struttura sanitaria per un ricovero coatto. “L’appuntato Cavoli – così leggiamo nel comunicato stampa del comando Provinciale dell’Arma pubblicato per la ricorrenza – occupava il sedile posteriore di una Fiat Campagnola, quando veniva colpito mortalmente da alcuni colpi d’arma da fuoco, esplosi da Zanghì che veniva successivamente arrestato”.

La triste vicenda è nota a tutti in paese, anche a chi all’epoca dei fatti non era ancora nato. Nel ricordo comune, Cavoli era un uomo gentile, aveva sempre una parola di conforto per tutti, perfino per il suo omicida. Sta proprio in questo il paradosso della vicenda: Giuseppe Cavoli e Giuseppe Zanghì (conosciuto da tutti come Gaspare) erano in buoni rapporti. L’appuntato dell’arma sarebbe stato l’unico in grado di ricondurre alla calma Gaspare, continuamente vessato da alcune persone del posto per i suoi problemi psichiatrici. Emergerebbe infatti, dai racconti della gente, che l’obiettivo di Zanghì, quella sera, non fosse l’appuntato Cavoli, ma un altro carabiniere. A quanto pare, ci sarebbero stati anche altri due uomini nel mirino, scampati all’assassino solo per un caso fortuito.

Giuseppe Cavoli, si è sacrificato facendo il proprio dovere, bagnando con il sangue dei giusti l’uniforme che ha portato con onore e dedizione fino alla fine. Ha pagato con la vita un conto che non era il suo. Si è fatto carico degli errori della élite benpensante di Montemaggiore che non poteva tollerare che un disadattato girasse liberamente per le vie del paese. Sì, perché gli insulti e le ingiurie gratuite non erano abbastanza. Bisognava chiuderlo in manicomio. Nella nostra classica storia siciliana, in cui tutti sanno e nessuno parla, questo, forse si poteva o si doveva dire.

Forse, si poteva anche dire che Gaspare, nonostante il passare degli anni, dopo essere uscito di prigione, ha continuato a vivere con il rimorso. Forse si poteva o forse no.
Forse, si poteva anche dire che Gaspare è stato un detenuto modello e che ogni lira, frutto del suo lavoro l’ha donata alla vedova e alla famiglia del carabiniere. Forse si poteva o forse no.
Forse, si potrebbe anche dire che alla fine della storia non ci sono stati né vincitori né vinti e che Gaspare magari, andava capito, aiutato, sostenuto. Proprio come l’appuntato Cavoli era in grado di fare. Forse, si potrebbe provare, una volta tanto a raccontare una storia diversa. Perché in fondo, questa rimane solo una storia. Forse sì o forse no.

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