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Termini Imerese: U Lunniri di Pasqua – di Nando Cimino

Intere famiglie, bambini al seguito, partivano con muli e carretti, ma spesso anche a piedi

Termini Imerese – Pasquetta di inizio 900 – Foto condivisa da Fabio Chiaramonte

Lo si chiamava così e non certo Pasquetta come usa oggi; ed era per tutti un appuntamento immancabile. Già di buon mattino le strade si animavano e, tempo permettendo, ci si preparava per quella lunga giornata di divertimento.

Fin verso la fine degli anni cinquanta pochissimi avevano una casa di campagna; al massimo qualche povero casolare o spesso solo un pagliericcio che i contadini usavano per ripararsi durante le giornate di duro lavoro. Rare pure le macchine; ed ecco che quindi intere famiglie, bambini al seguito, partivano con muli e carretti, ma spesso anche a piedi. Si andava poco fuori città nella zona oggi cementificata del Mazzarino, od ancora a Bevuto e Roccarossa dove era già campagna. Qualcuno raggiungeva invece u jardinu nella piana del San Leonardo dove nelle ore più calde, grazie alla presenza del fiume, si poteva godere di quella arietta umidiccia che i viddani chiamavano a “purìa”. Altri si spingevano fin verso “l’acqua di Scillatu” oppure Santa Marina.

Dalla zona bassa della città si saliva invece verso le campagne di San Girolamo oppure si raggiungevano zone vicine alla Madonna della Catena o poco oltre. Come capirete non ci si allontanava più di tanto perchè come vi ho già detto molti andavano a piedi. Appresso ci si portava tutto l’occorrente sistemato in trusci e carteddi, ed anche i bambini collaboravano a questa sorta di trasloco. Giunti sul posto si cercava una zona ombreggiata dove sistemare l’occorrente e si stendeva a terra una capiente tovaglia; e la tavola era pronta per essere imbandita. Con alcune pietre messe a cerchio si improvvisava una brace e dopo aver recuperato legna e rami secchi si dava “fuoco alle polveri”! Castrato, salsiccia e trinche di maiale la facevano da padroni; ma non mancava anche il pesce anzi le sarde, comprate fresche a “strata virdura” o dai tanti ambulanti che per l’occasione giravano in gran numero per la città.

Era comunque una eccezionalità; infatti in quegli anni il consumo della carne era ancora molto limitato e “u lunniri di Pasqua” era una di quelle, invero poche occasioni, in cui se ne faceva uso. Sappiate che fin verso la fine degli anni cinquanta al nostro macello comunale di via Giacinto Lo Faso non si scannavano più di due buoi ed altrettanti maiali a settimana; ed erano bastevoli per le esigenze di una popolazione di circa 23.000 abitanti! Tanti infatti, anche per immaginabili questioni economiche, preferivano mangiare pollame o conigli allevati in proprio. Immancabili erano poi i carciofi arrostiti, gli ultimi della stagione; il tutto accompagnato da buon vino locale e dalle allegre musichette di qualche “sgangherata” orchestrina.

I bambini in gruppo, si sparpagliavano per le campagne e, soprattutto le femminucce, giocavano al salto della corda o con improvvisate altalene. Erano giornate a “rischio” durante le quali le campagne venivano tenute d’occhio; a tale scopo provvedevano direttamente i proprietari oppure le guardie campestri. Non era difficile infatti che carciofi, ma anche fave e piselli, di cui in quella stagione c’era abbondanza, venissero fatti oggetto di ruberie trasformandosi nel pranzo della festa! Al pomeriggio c’era chi schiacciava un sonnellino e chi invece si cimentava in balli o canti e nel gioco delle carte.

Tanti si allontanavano per viottoli e trazzere dove spesso, ai bordi, era anche possibile raccogliere saporite erbette spontanee e soprattutto deliziosi asparagi selvatici; mentre i più piccoli strappavano” auru e duci o le prime margheritine campagnole. Comunque si faceva tardi e, non essendoci ancora l’ora legale, stanchi ma contenti si ritornava a casa quando era già quasi buio.

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