RubricaSicilia

Chi ti purtaru i Morti? – di Nando Cimino

Si, perché in Sicilia i morti ogni anno ritornano; e lo fanno proprio per portare regali ai più piccoli ma non solo a loro

Sono passati gli anni, tanti anni; ma ancora oggi rimane vivo tra i miei ricordi d’infanzia, il clima di attesa e di allegria che si respirava fino a parte degli anni sessanta con l’avvicinarsi della Festa dei Morti. Chi ti purtaru i morti? Si, perché in Sicilia i morti ogni anno ritornano; e lo fanno proprio per portare regali ai più piccoli ma non solo a loro.

Il culto dei morti nella nostra terra affonda le sue radici in tempi molto antichi. Da noi i morti non sono fantasmi di cui avere paura; anzi vengono spesso evocati ed a volte ne viene pure richiesta intercessione come fossero santi. Nella mia città questa sorta di devozione nei confronti delle anime dei defunti, “l’armuzzi santi” si estrinsecava proprio in occasione della ricorrenza del due di Novembre detta appunto “a Festa ri Morti”. Con l’avvicinarsi di tale occasione si raccomandava ai bambini di comportarsi bene altrimenti i morti si sarebbero “arrabbiati” e non avrebbero portato niente.

Nei fatti quindi, quello che doveva essere un giorno di mestizia, di commemorazione e di triste ricordo, con molta “ambiguità”, e soprattutto per noi bambini, si trasformava quasi in un giorno di festa. Già la sera di Ognissanti, ovvero il primo di Novembre, tante mamme prima di mandarci a letto, facevano ripetere questi versetti: “Armuzzi santi, armuzzi santi iò sugnu unu e vuatri siti tanti; e mentri sugnu ‘ntà stu munnu di guai cusuzzi di morti purtatiminni assai !” Era cosa difficile farci svegliare la mattina per andare a scuola; ma diverso era invece il due di Novembre quando, dopo una notte passata in dormiveglia, già all’alba saltavamo giù dal letto per vedere cosa ci avevano portato i morti. E così, ancor prima di esserci lavati la faccia, iniziava quella specie di caccia al tesoro; perché i morti, “burloni”, i regali non ce li facevano trovare belli e pronti sul tavolo, ma ben nascosti negli angoli più disparati della casa. Frutta martorana in un cassetto tra le tovaglie, magliette in cucina, pupi di zucchero e giocattoli magari sotto il letto od in un armadio.

Ovviamente non si facevano trovare solo giocattoli; c’era infatti chi, per necessità, approfittava dell’occasione per regalare scarpe o vestiario sicuramente più utili ma meno graditi ai bambini. Ancor peggio per chi, a causa di problemi economici, ed allora purtroppo non erano in pochi, doveva accontentarsi di una manciata di mandorle o noci (u scacciu) e di qualche melograno, magari raccolto qua e la nei campi insieme alla classica murtidda; od ancora di qualche pezzo di mostarda secca. Ricordo che il mio primo regalo dei morti fu un triciclo di latta. Avrò avuto tre anni, forse meno; e quel regalo mi rese veramente felice. Ma perché i morti tornavano e portavano regali? In realtà quei defunti non erano mai andati via dal cuore e dalla mente dei loro familiari; e con quel “rito” dei regali, almeno una volta l’anno ci si voleva in qualche modo illudere anche della loro presenza fisica; e forse, almeno per noi bambini, era veramente così. Credevamo infatti che i morti, anche se non si facevano vedere per non spaventarci, tornassero e fossero nuovamente accanto a noi. Ed il ricevere poi i pupi di zucchero, che non per niente si chiamano anche pupaccena, e mangiarli lentamente pezzetto dopo pezzetto, era come se insieme a loro si stesse ancora condividendo lo stesso pasto.

Il due di Novembre quindi ci si riversava tutti in strada con gli amici ai quali far vedere il dono ed organizzare subito giochi; e così l’aria di tristezza, surclassata dall’allegro vociare, passava in secondo piano. La domanda che ci si sentiva fare quel giorno era sempre la stessa ovvero: “Chi ti purtaru i morti”? E spesso, prima di ogni cosa, la risposta era una giocosa filastrocca che ognuno adattava a modo proprio e una cui versione faceva pressapoco così: “Chi ti purtaru i morti? Un pupu cu l’anchi torti, ca nasca di patata, ca vucca sgangulata, cu culu a mandolinu e to pà è puddicinu!”.

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