RubricaTermini Imerese

Don Sariddu, u professuri – di Nando Cimino

Già avanti con gli anni passava ore ed ore alla Società Operaia di Mutuo Soccorso “Paolo Balsamo” dove leggeva tutti i quotidiani e conversava intrattenendo i presenti con i suoi ricordi

Voglio qui parlarvi di un altro personaggio che, per un intero secolo, ha attraversato la storia popolare della nostra città. Si tratta del professore Rosario Castronovo da tutti conosciuto come “Don Sariddu u professuri”, morto centenario nel mese di Aprile del 2019.

La vita di Rosario Castronovo, per la particolarità di taluni suoi aspetti, ben si presterebbe per scriverne un romanzo popolare; la cui ambientazione si muove inizialmente nell’entroterra siciliano di fine ottocento. La famiglia era infatti originaria di Palma di Montechiaro, centro agricolo in provincia di Agrigento dove era nato e vissuto il nonno e, anche se per pochissimi anni, anche il padre. La cittadina, conosciuta per esser stata dimora della famiglia Tomasi, ed in particolar modo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, scrittore noto per il suo romanzo “Il Gattopardo”, in quegli anni vive il triste fenomeno della emigrazione. Il duro lavoro dei campi non riesce a garantire a tutti una vita dignitosa e così, il papà del nostro protagonista, rimasto orfano a soli due anni, viene portato a Termini Imerese ed affidato alle cure di una zia che già nella nostra città abitava.

Qui il padre di Rosario cresce e qui anche lui costruisce la propria famiglia unendosi, poco più che ventenne, in matrimonio con Rosa; anche lei giovane ragazza nata a Naro in provincia di Agrigento. Dal matrimonio nascono ben cinque figli, di cui quattro maschi ed una femmina. La primogenita è proprio la femmina a cui viene dato il nome di Francesca; nata nel 1905. Seguono Francesco che nasce nel 1909, Stefano nel 1911, Giuseppe nel 1915 ed infine il nostro Rosario nel 1918. E proprio riguardo alla sua nascita il professore mi riferì di un curioso episodio relativo al fatto che il suo nome non avrebbe dovuto essere Rosario, bensì Antonio. Come mai gli chiesi? Ed il professore mi narrò che sua nonna, rimasta vedova, per non rimanere sola si era sposata in seconde nozze con un benestante massaro di Palma di Montechiaro.

Anticamente u massaru era colui che aveva la responsabilità di amministrare una masseria con il relativo fondo agricolo; egli infatti, quale fiduciario del proprietario, sovrintendeva al lavoro dei braccianti e dei tanti jurnateri impegnati nei campi. Ebbene il massaro di cui mi parlò il professore si chiamava Rosario; e poiché i due non avevano avuto figli, chiesero con insistenza a Rosa e Salvatore ovvero ai suoi genitori, che proprio a lui, venisse messo il nome di Rosario. I genitori in realtà avevano scelto di chiamarlo Antonio; ma viste le ristrettezze economiche, pur se a malincuore, acconsentirono. Infatti il massaro, nonno acquisito del nostro protagonista, promise ai due che in questo caso si sarebbero fatti carico di sostenere economicamente il bambino nella crescita; insomma una specie di adozione a distanza. Purtroppo, raccontava il professore con il sorriso sulle labbra, tutto ciò non accadde. Nessun sostegno e nessuna dote arrivò; e l’unica cosa che mi fu lasciata fu il nome che porto.

Ad ogni buon conto Sariddu, pur se tra mille difficoltà, riuscì a studiare ed a diplomarsi in musica; e più in la negli anni a diventare anche un apprezzato insegnante nelle scuole della nostra città. Ma egli era particolarmente conosciuto perché suonava pure nelle chiese e, insieme ad una sua piccola orchestrina, si esibiva nelle feste e nei matrimoni. Era appassionato di lirica e delle operette in particolare; ed amava viaggiare per ammirare le opere d’arte ed assistere ai concerti. Sariddu “u professuri” era anche un accanito lettore e gli piaceva tenersi informato; già avanti con gli anni passava ore ed ore alla Società Operaia di Mutuo Soccorso “Paolo Balsamo” dove leggeva tutti i quotidiani e conversava intrattenendo i presenti con i suoi ricordi. E fu sempre in quella stessa Società Operaia che egli, il 1 dicembre del 2018, volle festeggiare insieme a tanti amici il suo centenario. Una festa allegra e ricca di ricordi a cui parteciparono tanti soci insieme all’intero Consiglio Direttivo presieduto da Pino Vuono e con anche la presenza del sindaco Francesco Giunta che, a nome della città, volle consegnare al festeggiato una targa ricordo. E voglio chiudere questo ricordo proprio con una riflessione dello stesso professore Castronovo che, ancora lucidissimo, nel suo improvvisato discorso ebbe così a dire:

“….Auguro a tutti che Dio possa dare a voi la stessa grazia che ha dato a me; perchè se ho raggiunto questo traguardo il merito non è mio ma del buon Dio che mi ci ha fatto arrivare…. e voglio dirvi amatevi, perchè l’amore porta amore mentre l’odio porta sventura”.

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