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Termini Imerese: “Tempu di Cappelli” – di Nando Cimino

Parliamo “ri cappelli ra Maronna”, dette anche “Marunnuzzzi”; tradizione termitana legata alla devozione nei confronti dell'Assunta

Negli anni cinquanta raggiunge il suo apice ma, strano a dirsi, proprio in quegli stessi anni inizia pure il suo lento ed inesorabile declino. Parliamo della tradizione “ri cappelli ra Maronna”, dette anche “Marunnuzzzi”; tradizione termitana legata alla devozione nei confronti dell’Assunta.

Si iniziava con il primo di agosto ed era una sorta di preludio del “Fistinu” in onore del patrono Beato Agostino Novello che in quegli anni si svolgeva nell’ultima settimana del mese. I “cappelli ra Maronna” venivano realizzate un pò dappertutto, ma erano sicuramente più numerose nel quartiere dei Cappuccini dove, nella antica chiesa di San Girolamo, si festeggia proprio l’Assunta. I bambini ne costruivano per gioco servendosi anche solo di una sedia che, adattata allo scopo e con un telaio di canne, veniva poi addobbata con tessuto bianco o carta velina. La cappella era arredata con statuette e santini e l’immagine della Madonna con davanti un lumino ed un mazzolino di fiori di campo. Passando chiunque si soffermava con ammirazione, faceva il segno della croce e spesso lasciava pure qualche soldino che depositava su un tabaret; messo appositamente in bella mostra.

Ma di cappelle se ne realizzavano anche di più grandi, addobbandone di preesistenti o costruendone di nuove. Qui il lavoro era sicuramente più complicato; si recuperavano assi e travi di legno e si procedeva alla costruzione della struttura che veniva generalmente sistemata in un crocevia e poteva raggiungere anche quattro o anche cinque metri di altezza. Un ruolo importantissimo per la riuscita dell’impianto era quello del cosiddetto “apparaturi”; una sorta di scenografo che, con vera maestria, si occupava di camuffare ed ingentilire la struttura utilizzando drappi, coperte, e stoffe di vario colore. Tutt’intorno si sistemavano piante e fiori ed accanto, in qualche caso, si realizzava anche “a prevula”; un pergolato da cui pendevano tanti grappoli di uva mentre sotto, su un bancone, cetrioli, cocomeri, pesche, susine ed altro ben di Dio, sembravano quasi richiamare al giardino dell’Eden.

Ai balconi, per completare la scenografia, ghirlande e festoni di oleandro raccolto sulle sponde del fiume San Leonardo dove, ancora oggi, questa pianta cresce folta e rigogliosa. Insomma era uno spettacolo! – Tutto ciò ovviamente non era fine a se stesso e per quindici giorni la cappella quasi sostituiva la chiesa e diventava un vero e proprio luogo di preghiera. A sera, davanti ad essa, si riuniva tutto il vicinato. Le donne, assieme a tante bambine, vi prendevano posto tutto intorno; sedute sugli scalini o sulle sedie che si erano portate da casa, e con fervore e genuina fede, recitavano il Santo Rosario intonando inni e lodi alla Madonna.

Gli uomini, poco distanti, chiacchieravano; tenendo d’occhio i tanti giovinotti che per l’occasione migravano dai quartieri vicini spinti da motivi che quasi sempre nulla avevano a che vedere con l’aspetto squisitamente religioso del raduno.

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