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Termini Imerese: U chianu di Sant’Antoniu – di Nando Cimino

Una serie di racconti dedicati a taluni aspetti di vita popolare di metà novecento, che riguardano una delle più conosciute zone della città, ovvero Piazza Sant'Antonio

Per gli appassionati di Storia Popolare di Termini Imerese vi parlerò del quartiere di Sant’Antonio ed in particolare della sua piazza e di taluni aspetti che ne hanno caratterizzato la vita fin negli anni 60 del novecento.

LA CHIESA

La costruzione della Chiesa di Sant’Antonio, insieme all’attiguo ed ormai ex Convento dei Padri Riformati dell’Ordine di S. Francesco, ebbe inizio nel 1614; e ne troviamo notizia in un manoscritto che si conserva nella nostra Biblioteca Liciniana e che ci riporta il ricordo della Domenica 27 di Aprile di quell’anno in cui, dopo Solenne Processione, il Padre Custode Frate Antonino di Randazzo ne piantò la croce. Il luogo prescelto era allora un grande spiazzo di campagna che si trovava poco fuori la Porta di Girgenti nella parte alta della città, meglio nota come Porta di Caccamo. Lo stesso testo, poi ripreso in una pubblicazione dal Sacerdote Giovanni Liotta, ci da contezza del fatto che l’iniziativa della costruzione di tale luogo di culto fu promossa da uno spagnolo; ovvero Filippo La Casta che, si dice ”…faceva ogni carità alli frati chi erano di passaggio et molto sempre sollecitava li superiori et frati che dovessero fundare casa in questa città…”.

 

In quegli anni era Arcivescovo di Palermo il Cardinale Giannettino Doria mentre l’Arciprete di Termini era Don Giulio Regna; la cronaca di quel fausto giorno ci narra pure che alla cerimonia di fondazione assistettero Don Vincenzo di Marino, Don Pietro di Giovanni, Don Vincenzo Satariano e lo stesso Filippo La Casta che erano Giurati della Città; mentre la predica fu tenuta da Frate Ludovico da Nicosia. La chiesa è ad unica navata e conserva al suo interno numerose opere d’arte fra cui un Crocifisso in legno del XVII sec. attribuito a Frate Umile da Petralia, un grande quadro con Sant’Antonio che riceve Gesù Bambino dalle mani della Vergine, ancora un altro raffigurante S. Pasquale, probabile scuola di Pietro Novelli, poi una bella scultura in marmo colorato di scuola gaginiana che raffigura la Madonna del Soccorso e la altrettanto bella immagine in legno di Sant’Antonio di Padova risalente al tardo ‘600 napoletano, con lamina in oro.

La chiesa viene eretta a parrocchia il 31 Marzo del 1965 con decreto del Cardinale Ernesto Ruffini; ed il 4 Agosto dello stesso anno ne viene nominato primo Parroco il Sacerdote Giovanni Liotta, che inizierà la sua missione spirituale il giorno 18 Dicembre. La chiesa, e soprattutto il campanile, anche in tempi recenti è stata oggetto di vari rimaneggiamenti; ed il 6 di Giugno del 1995 in occasione dell’ottavo centenario della nascita di S. Antonio, il Cardinale Salvatore Pappalardo ne ha benedetto e consacrato due nuove campane, che donate dai fratelli Rosa e Vincenzo Panzeca, sono state dedicate a San Francesco d’Assisi e a San Vincenzo Ferreri. Tra i ricordi tramandati a voce dagli anziani vi riporto quello di un bambino nato nel 1888, nonno dell’amico Alfredo Fazio, il quale raccontava che da piccolo passando dalla piazza, scorgeva da una finestrella del convento dei cadaveri appesi. Il convento di Sant’Antonio in effetti, prima che venisse costruito il Cimitero di Giancaniglia, era tra i posti di Termini dove venivano seppelliti i morti; è quindi assai probabile ci fossero anche dei colatoi che anticamente venivano usati per “disidratare” i cadaveri.

RICORDI E RIMPIANTI

Non credo sia eccessivo parlare di rimpianti pensando a ciò che è oggi la nostra città e cosa invece avrebbe potuto essere. Mi limiterò a parlavi in questo caso sempre di Piazza Sant’Antonio; o meglio, come veniva chiamata in passato, “u chianu i Sant’Antoniu”. Infatti proprio questo grande spiazzo, che come detto, aveva preso il nome dalla prospiciente chiesa, avrebbe potuto oggi essere benissimo un vero e proprio parco archeologico urbano. Tanti infatti i ritrovamenti di reperti antichi che in questa area sono stati fatti negli anni e che, se opportunamente valorizzati, avrebbero potuto dare al luogo un diverso e ben più affascinante aspetto. Il più recente, per esempio, risale al 2015; quando alcuni lavori di manutenzione eseguiti da Enel Distribuzione hanno consentito alla archeologa Monica Chiovaro, di riportare alla luce due tombe pare risalenti al V° sec. a.C. ed al cui interno giacevano resti umani ancora ben conservati e con anche qualche corredo funerario.

Ma già cento anni prima, ovvero nel lontano 1914, nel corso dei lavori di costruzione della strada di accesso al nuovo carcere, nella stessa zona era stata rinvenuta una antica necropoli di probabile epoca romana. E pure in quel periodo, così come si legge in un documento del comune conservato presso la nostra Biblioteca Liciniana, fu pure rinvenuto un rilevante numero di oggetti antichi che furono momentaneamente depositati in un vicino magazzino dell’Ospizio di Mendicità. Non saprei dirvi oggi quali fossero e dove adesso si trovino questi reperti; ma è documentato che qualcuno aveva allora deciso di trasferirli a Palermo, e che la Giunta Comunale del tempo, guidata dal Sindaco Cav. Giuseppe Sceusa, si oppose a questa scelta inviando una accorata nota di protesta direttamente al Ministero.

In quegli anni peraltro, u chianu i Sant’Antoniu non era nemmeno considerato un posto sicuro. E così, per rendere più agevole il transito serale ai cittadini e per porre qualche rimedio al verificarsi di frequenti atti delinquenziali, sin dal 1913 il comune aveva deciso di illuminare per la prima volta il posto che ancora era totalmente al buio. A tale scopo una lampadina di 16 candele fu posizionata nei pressi dell’abbeveratoio allora presente sulla piazza, e dietro la quale i malavitosi usavano nascondersi aspettando l’arrivo di qualche malcapitato. La vasca, che pure si vede in questa foto, fu successivamente spostata; e oggi si trova in via Falcone e Borsellino vicino agli archi dell’Acquedotto Cornelio accanto alla chiesetta di Maria SS. della Provvidenza. Per completezza di informazione riportiamo che in quegli anni era Sindaco della città il Cav. Uff. Dott. Francesco Novara affiancato dagli Assessori Cav. Uff. Antonio Tirrito, dal Cav. Giuseppe Sceusa e dal Dott. Giovanni Cimino.

U BAGGHIU

Trovandoci a parlare della piazza di Sant’Antonio, non si può non parlare “du bagghiu”; che li, a pochi passi, era quasi un quartiere nel quartiere. Era un piccolo villaggio di sole stalle, alcune delle quali costruite con travi e lamiere, dove tanti piccoli allevatori tenevano i loro animali. Si trattava in gran parte di capre che ogni mattina, prima di andare al pascolo, u craparu portava in giro per la città per vendere il latte porta a porta. Ma c’era anche qualche mucca e pure maiali, muli, conigli e galline che facevano gustosissime uova, e poi anche qualche cane; fidato guardiano del territorio. Insomma, u bagghiu, era come una piccola arca di Noè. Le vie di accesso, e questo fin negli anni cinquanta, erano ancora sterrate; e per questo il luogo risultava spesso acquitrinoso oltre che malsano.

Strano a dirsi però, u bagghiu veniva a volte frequentato anche a scopi terapeutici; erano infatti tanti coloro i quali vi portavano i bambini, convinti che facendogli respirare di buon mattino quel fetore, potesse guarirli dalla pertosse, o meglio a tussi cummissiva, come veniva popolarmente chiamata. Anche tanti contadini, soprattutto iardinara, passavano spesso da quelle parti per caricarvi lo sterco che poi, misto a paglia e lasciato opportunamente macerare, diventava un ottimo concime naturale da utilizzare per le loro colture. U bagghiu era comunque un vero e proprio punto di riferimento per l’intera città la cui economia, ancora fin negli anni sessanta, si reggeva in buona parte sulla agricoltura e la pastorizia. Ed alcuni di questi allevatori, i più piccoli, avevano fatto proprio di quel luogo il loro quartier generale. Un censimento comunale del 1895 ne riporta oltre quaranta; e tra questi tale Lanzarotta Mariano fu Salvatore che possedeva 33 vacche, 50 capre e 250 pecore e poi un certo Girolamo Amodeo di Rosario con 3 vacche, 14 capre, 54 pecore e 10 montoni.

In tempi a noi più recenti io ne ricordo in particolare uno, che peraltro era pure un mio vicino di casa; ovvero tale Don Totò Demma, che si alzava di buon mattino quando era ancora buio, e si recava o bagghiu per accudire i suoi animali. Ma il posto diventava particolarmente affollato soprattutto nel mese di Giugno quando in un vicino grande spiazzo arrivava la trebbia; e li tanti contadini con i loro muli, portavano i covoni di grano appena raccolto per farne frumento. Alcuni anziani mi raccontano che la trebbia apparteneva alla famiglia Gatto e pure a tale Morello; e quando arrivava era veramente una festa. Una volta la si vide salire lentamente sbuffando, dopo aver percorso la ripida via Monachelle seguita da un codazzo di ragazzini. Si lavorava sotto il sole dall’alba al tramonto. Il grano veniva messo nei sacchi e caricato sui carretti mentre la paglia, a differenza di oggi che esce dalla trebbiatrice già confezionata in balle, veniva anticamente raccolta sfusa ed avvolta in capienti reti simili a quelle usate dai pescatori.

C’era pure qualcuno che alla fine, ultimata la trebbiatura, organizzava anche una piccola festicciola con pani cu l’ogghiu, favi caliati e tanto vino; mentre a volte spuntava pure qualche vecchia fisarmonica che deliziava i presenti con musica popolare. Insomma uno spaccato di vita agreste che la nostra città ha ormai sepolto nel cassetto dei ricordi. Nelle vicinanze du bagghiu, nei pressi di via Cuba, a servizio delle piccole stalle ma anche di quanti abitavano nelle vicinanze, c’era pure un abbeveratorio (a briviratura); dove tanti andavano con secchi e bummuli a riempire acqua e dove anche gli animali sostavano per dissetarsi. Il piccolo “borgo” rimase in attività fin verso la fine degli anni settanta, poi venne progressivamente abbattuto per fare posto al nuovo palazzo di giustizia che li andò a costruirsi. Oggi di tutto ciò rimane solo un lontano ricordo.

LA FESTA DI SAN PASQUALE

Vi ho già parlato du bagghiu che li, a pochi passi dalla piazza e dalla Chiesa di Sant’Antonio, ospitava animali di ogni tipo e le greggi di tanti piccoli allevatori. E non possiamo quindi in questo caso non ricordare anche quella che era la loro principale Festa ovvero San Pasquale, che ne è il protettore. Ne scrisse una volta un ricordo il signor Castrenze Aglieri Rinella da cui ho attinto per proporvene alcune pennellate. C’è da dire che proprio grazie alla presenza di tanti allevatori, a Termini e fin negli anni cinquanta, San Pasquale Baylonne era particolarmente solennizzato e poteva contare su tanti devoti. In città ne esistono tuttora due belle statue; una che si conserva nella Chiesa di Santa Maria di Gesù detta la Gancia, e l’altra che vedete nella foto, proprio nella Chiesa di Sant’Antonio.

Preceduto da un solenne novenario, il Santo veniva festeggiato il giorno 17 di Maggio con messe cantate e panegirico e con grande concorso di popolo. Particolarmente suggestiva era proprio la benedizione degli animali che avveniva nell’ampia piazza, in quegli anni ancora sterrata, e dove i pastori per l’occasione radunavano capre, agnelli, muli, vacche, ma anche galline e cani. Era uno spettacolo di suoni e di colori; gli animali infatti venivano agghindati con nastrini colorati e campanacci; e tra ragli e belati a far sentire le proprie note si faceva largo pure la banda musicale dei “figli dei carcerati” diretta dal Maestro Famulari o quella del Maestro Carotenuto. Capitava che in una delle domeniche in cui si svolgeva il novenario in onore di San Pasquale, si trovasse a passare da Piazza Sant’Antonio anche la Processione del SS. Crocifisso dei Cappuccini; ed allora, sul sagrato della chiesa, veniva montato un pulpito dal quale il sacerdote faceva la sua predica e benediceva le tre vare.  Nella piazza c’era molta animazione soprattutto in primavera quando di buon mattino arrivava da Caccamo la corriera e scendevano tanti “caccavici”, così li abbiamo sempre chiamati a Termini, che venivano in città a vender uova e formaggio o galline e pulcini.

A Giugno, dopo la trebbiatura, qua e la nella piazza, alcuni contadini che abitavano da quelle parti, posati su capienti teloni, mettevano il frumento al sole. Era suggestivo vedere le donne che con un fazzoletto in testa, rimescolavano il grano con una pala o con un tridente di legno per far si che potesse asciugare in maniera uniforme. Ma c’era da tener d’occhio pure le galline, che libere di razzolare, approfittavano per beccare il buon frumento e inchirisi a vozza. Sempre a tal proposito c’è da aggiungere che sul finire degli anni cinquanta, durante la trebbiatura ebbe a svilupparsi un grosso incendio; furono sfiorate alcune stalle e parte del raccolto andò perso. Per evitare guai peggiori arrivarono i Vigili Del Fuoco che avevano già la loro caserma al belvedere, e che guidati dal valente Comandante Zazzano, spensero il fuoco evitando guai peggiori.

LA FESTA DEL SANTO

Quella in onore di Sant’Antonio è una delle più antiche feste religiose della nostra città; dell’esistenza del suo culto si hanno infatti notizie certe fin dal 1675 attraverso un documento risalente al giorno 22 Agosto di quell’anno e che si trova conservato nell’archivio parrocchiale. In tal senso è riportato pure che il 25 Luglio, e sempre del 1675, durante il Capitolo della provincia Riformata del Vallo di Mazara, fu deciso che la pregevole statua in legno che raffigurava il Santo, dovesse essere esposta al centro della chiesa, sopra una impalcatura di legno con le dovute luminarie; ma mai avrebbe potuto esporsi sull’Altare Maggiore; in caso diverso ai Padri guardiani ne sarebbero state vietate le celebrazioni.

In tempi a noi più recenti, e precisamente il 3 Giugno del 1945, c’è da annotare la ricostituzione della antica confraternita intitolata al Santo, che però già esisteva in passato, e che con una sua artistica vara ormai scomparsa, curava i festeggiamenti e la relativa processione. I primi a fare parte della rifondata confraternita furono i signori: “Aglieri Rinella Agostino, Giuseppe e Vincenzo, poi Aguglia Angelo, Amodeo Girolamo, Arrigo Agostino, Balsamo Antonino, Battaglia Antonino, Battaglia Ignazio, Battaglia Tommaso e Biagio, Bondì Antonio e Bondì Salvatore, Butera Giuseppe, Campagna Cosimo, Cancilla Mariano, Cangelosi Giuseppe, Cirà Cosimo, Cirà Ignazio, Cirà Giuseppe e Cirà Salvatore, Conti Antonino e Curreri Antonio, Cutrara Giuseppe, De Lisi Agostino, Enrico e Giuseppe, Demma Giovanni, Di Liberto Francesco, Di Maria Agostino, altro Di Maria Agostino e Filippo, Di Novo Antonino, Formusa Salvatore, Fucali Francesco, Fusco Ignazio, La Mantia Andrea, Antonino e Giuseppe, La Masa Filippo, La Scola Francesco, Liotta Agostino, Liotta Antonino ed ancora altri due Liotta Antonino, Migliore Salvatore, Mistretta Giuseppe, Nicastro Giuseppe, Ortobello Lorenzo, Panzeca Vincenzo, Passafiume Paolo e Vincenzo, Serraino Antonino e Francesco e Territo Pietro”. Ne fu presidente onorario il Sacerdote Don Luigi Candioto; e l’anno seguente, 1946, la congregazione fu allargata anche alle donne.

Da allora, ed ormai stabilmente, in onore del Santo vi si organizza ogni anno una Tredicina molto partecipata con coroncina, durante la quale vengono anche intonati versi in lingua siciliana e fra cui: “…Si cerchi miraculi, purtenti e favuri, stu santu in tutt’uri na fattu e ni fa…Lu nomu di Antoniu sia sempri ludatu, da tutti esaltatu pi la santità…” Spesso, e fino agli anni cinquanta, ad annunziar la festa ci pensava Sacco “u vanniaturi”, che girava la città seguito da un allegro codazzo di bambini; e fin negli anni sessanta arrivava pure un buon numero di bancarelle che si sistemavano ai lati della via Vittorio Amedeo fino all’incrocio con “a strata ranni” dove per l’occasione faceva affari d’oro pure Don Mario Torso che all’angolo opposto gestiva il suo chioschetto di gelati e bibite.

Oggi poco è rimasto di quest’atmosfera antica; ma il nostro Sant’Antonio è sempre ben festeggiato dal clero, dalla confraternita e dai tantissimi devoti. Per l’occasione le principali strade del quartiere vengono illuminate a festa e nei balconi adiacenti alla piazza si espongono vessilli con l’immagine del Santo Taumaturgo; mentre nelle tre sere precedenti il giorno della festa davanti al sagrato si organizzano spettacoli e momenti di intrattenimento. La mattina del 13 Giugno la città è svegliata dallo sparo di colpi a cannone e dall’inconfondibile suono a distesa delle campane che richiamano i fedeli alle messe; alla fine delle quali, come da antica tradizione, viene distribuito il Pane Benedetto. Poi a sera il Santo viene portato in processione e, preceduta dai fuochi d’artificio, davanti al sagrato gremito di fedeli ha luogo la solenne messa di chiusura. C’è da dire pure che la statua, ornata con tanti fiori, anticamente era ricoperta da moltissimi ex voto donati da tanti devoti per grazia ricevuta. Sarebbe bello poterli rivedere, se non indosso al Santo, magari esposti in bacheche.

U CHIANU SANT’ANTONIU TRA GLI ANNI 50 E 60

Esclusion fatta per la parte centrale dove c’era la strada, fin nei primi anni sessanta la piazza era ancora del tutto sterrata; e spesso veniva a piantarvi il suo tendone il Circo Curatola con il Clown Patata che, soprattutto d’inverno, rimaneva li anche per alcuni mesi. Non c’era più l’antico abbeveratoio che oggi troviamo al Mazzarino vicino agli archi dell’Acquedotto Cornelio, ed a destra dov’è ora la via Piersanti Mattarella, la strada era chiusa da un grande cancello dal quale si accedeva in una proprietà privata che apparteneva al Canonico Faciana; praticamente eravamo già in campagna. Nella piazza, che tanti chiamavano anche “a chiazza fora porta”, tranne la piccola putìa di donna Teresa, non vi erano altre attività commerciali. Da li passavano i tanti carretti dei contadini che andavano nelle campagne e, se pur raramente, anche qualche macchina e la corriera che saliva e scendeva da Caccamo.

Il Sagrato della Chiesa, già ammattonato, era il luogo preferito dai ragazzini per giocare al pallone; e nella piazza c’era pure animazione a mezzogiorno quando, dalle vicine Case Pirrone dove c’erano le scuole elementari, tutti i bambini uscivano alla fine delle lezioni. Poco oltre, giusto nella via Zara sulla sinistra, c’era una bella dolceria, le chiamavamo così allora; era gestita da Don Angelo D’Ascoli che, aiutato dalla moglie Agata, realizzava degli ottimi biscotti e delle gustosissime pastarelle. Durante il periodo bellico, e di ciò me ne da memoria il Prof. Franco Amodeo, qualche centinaio di metri più avanti come a salire verso Caccamo, c’era pure un posto di blocco con tanto di filo spinato e con i militari che fermavano chiunque si addentrasse per le campagne. Sempre sulla piazza, ad angolo con la via Zara, dove fino a qualche tempo fa c’era l’elettrauto Campagna, aveva la sua attività pure un fabbro che tutti chiamavano semplicemente Don Totò u firraru.

Il suo nome era Salvatore Nicosia ed era originario di Roccapalumba. Aveva aperto li la sua officina insieme al fratello; e lo ricordo ancora con la sua fucina a mantice che veniva azionata con il piede, mentre lui con le mani e la faccia annerita, lavorava il ferro rovente. L’interno del locale era in parte sterrato e, soprattutto la Domenica mattina, c’erano tanti contadini che vi portavano i muli da ferrare; operazione che Don Totò eseguiva con gran perizia sistemandosi nella parte posteriore di quel vecchio magazzino dove, per l’assenza di case, c’era ancora uno spiazzo libero. Don Totò era claudicante e lo ricordo con un grande grembiule di pelle mentre reggeva tra le gambe le zampe posteriori dei muli per mettere a posto zoccoli e ferri, oppure mentre tosava e passava la striglia. E proprio la domenica mattina, per servire i tanti viddani, nella piazza era aperto pure u saluni di Elio u varberi. Si chiamava Elio Casley e spesso, aspettando il taglio o la rasatura, dentro quel piccolo locale o davanti alla porta, c’era sempre qualche cliente che allietava i presenti suonando chitarra e mandolino; strumenti che insieme agli attrezzi da lavoro il barbiere teneva sempre a portata di mano.

Sembravano andare in perfetta sintonia l’incudine, il mandolino e le campane, che suonando a distesa chiamavano i fedeli per la messa mattutina; mentre le donne arrivando, si soffermavano sul sagrato, e prima di entrare mettevano sul capo un velo scuro. Tra i clienti di Elio c’erano anche alcuni vecchietti alloggiati nel vicino ospizio e che spesso, seduti su un piccolo muretto, all’arrivo della bella stagione si godevano il tiepido sole conversando. Anche le campane, allora azionate manualmente, avevano un suono più dolce e melodioso; insomma era veramente una bel sentire!

Abbiamo finito questo salto nel tempo con i ricordi della nostra Piazza Sant’Antonio com’era. E però voglio concludere con questa antica preghiera siciliana che anche qui a Termini tante donne recitavano davanti al Santo di Padova: “Sant’Antuninu, gluriusu e finu, ‘ncelu faciti l’avvucatu miu. A razia ca v’addumannu sarà ‘ncaminu, si pi mia priati Sant’Antuninu”.

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