Termini Imerese…Vecchi ricordi di Santa Lucia – di Nando Cimino
"Cu mancia pani pi Santa Lucia perdi la vista e un trova la via"
“Cu mancia pani pi Santa Lucia perdi la vista e un trova la via”. Recitava così un vecchio proverbio in uso a Termini Imerese; ed infatti il 13 Dicembre, e soprattutto tra i contadini, come atto di devozione nei confronti della Santa si praticava il digiuno; o meglio ci si asteneva dal mangiare pane e pasta, che venivano sostituiti dalla cuccia, dal riso, o dalle panelle.
Fin nei primi anni sessanta non erano ancora particolarmente diffuse le arancine ed in quel giorno le panelle andavano a ruba. In città c’erano tante friggitorie; e fra le più frequentate ricordo quelle di don Nardino e di Neli Baruni a Termini alta, e di Donna Sasà e di Cola Acidddaru a Termini bassa. Ma erano tanti anche gli ambulanti, e tra questi molto conosciuto era mastru Fulì; che, nonostante fosse claudicante, aveva un passo particolarmente veloce. Erano in strada già di buon mattino e giravano la città vicolo per vicolo con sottobraccio un recipiente metallico di forma cilindrica, simile ad un grosso calice con coperchio, dentro il quale calde e croccanti c’erano le panelle. Ad ogni crocevia il grido era: “Panelli, panelli cauri cauri su”; od in particolare per Santa Lucia: “Un manciari panuzzu ca l’occhi c’appizzi“.
Tra vicoli e stradine, sempre in quel giorno, non era raro incontrare anche Costantino u varberi sunaturi da nuvena; simpatico personaggio che per tutto il periodo dell’Immacolata e fino al Natale, animava la città esibendosi con il suo violino. Egli, proprio in occasione di Santa Lucia, accompagnandosi con il suo strumento così cantilenava:
“….Va susitivi che tardu
va manciativi a cuccia
e si a mmia un mi nni rati
iò vi rumpu tutti i pignati….”.
Appresso seguiva un codazzo di bambini che ad ogni sua strofa, scimmiottando il suono di quel vecchio strumento, aggiungevano in coro:
“….Zucutu zucutu, zucutu zzù….”.
E per Santa Lucia non poteva ovviamente mancare anche una visita alla chiesetta dedicata alla Santa che ancora oggi è posta a pochi metri dalla Parrocchia di San Carlo, proprio su una collinetta dalla quale era allora possibile ammirare il magnifico panorama della città con il San Calogero e tutta la marina. Tutti portavano ceri e prummisioni per grazia ricevuta, invocando la Santa a protezione della propria vista e di quella dei propri cari, e partecipavano alle messe che Padre Gnazzinu Candioto celebrava dall’alba al tramonto. Poi per mitigare il freddo della sera, quando gli uomini facevano ritorno dalle campagne, ci si riuniva tutti a tavola; e dopo la rituale preghiera alla Santa si mangiava un bel piatto di cuccia calda. Ancor più che le panelle, la cuccia era il piatto tipico di quel giorno. Lo si preparava già di buon mattino facendo cuocere il grano precedentemente messo a bagno, e poi condito con olio d’oliva e sale; altre ricette ne prevedevano anche una versione dolce, particolarmente gradita ai più piccoli e che veniva fatta con l’aggiunta di crema di latte ed una spolverata di cannella; ma la si faceva anche con la ricotta.
Passava così la giornata fin quando non si andava tutti alla processione della Santa. Alla fine ci si ritrovava tutti seduti intorno al braciere che emanava il suo tiepido calore riscaldando i cuori. Ed i versi che seguono ben descrivono il clima bucolico che si respirava quel giorno nella nostra città:





