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Curiosità: Chi si ricorda i capiddi ca scrima – di Nando Cimino

“Mi raccumannu a scrima”, si diceva al barbiere quando dopo il taglio era il momento di pettinare

Era indice di pulizia ed eleganza, e fin verso la fine degli anni cinquanta tutti, ed in special modo i bambini, portavano la scriminatura ai capelli. “Mi raccumannu a scrima”, si diceva al barbiere quando dopo il taglio era il momento di pettinare; si perché con quella bella riga in testa, a destra o a sinistra che fosse, uno sembrava pure più elegante, quasi come se avesse indossato il vestito nuovo.

E mi rivedo ogni mattina quando da bambino, prima di andare a scuola, davanti allo specchio e con il pettine bagnato in mano, tentavo di riuscirci da solo; ma non mi veniva mai dritta. Ed ecco quindi che interveniva puntualmente mia madre per aiutarmi proprio a sistemare quella benedetta scrima e così pure il fiocco che allora, insieme al colletto bianco ed al grembiulino nero, era assolutamente d’obbligo. Ma, sempre a proposito di capelli, ancora in quegli anni tra gli uomini andava di moda pure il famoso taglio all’Umberta. Era un particolare taglio corto ma con i capelli tirati all’indietro che faceva riferimento alla capigliatura del Re Umberto I° di Savoia, da cui prendeva il nome.

Sempre nello stesso periodo poi, spopolava anche un altro taglio di capelli detto alla “Mascagna”; ed il riferimento era stavolta al noto Maestro Pietro Mascagni. In questo caso i capelli, oltre ad essere senza la classica scrima, erano ben più lunghi ma sempre tirati all’indietro; ragion per cui dovendoli tenere fermi, spesso si faceva uso di brillantina. Ma tornando alla nostra scrima c’è da dire che, al centro o di lato e sempre fin negli anni cinquanta, la portavano anche le ragazzette. Ed a tal proposito chiudo l’argomento con questo sonetto dedicato ad una donna, che Lionardo Vigo riporta in una sua raccolta annotandolo proprio come originario di Termini Imerese, e dove troviamo proprio la parola scrima.

“Sta seggia chi siditi è d’oru fina, lu mastru chi la fici ccà nun c’è,
li caviggheddi di rosamarina, chi fa l’oduri a chiddi parti unn’è.
D’oru li trizzi e d’argentu la scrima, t’ammustrasti a lu specchiu di Musè quannu la tò prisenza camina, fai ‘ncurunari a li dudici re”.

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