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A Termini Imerese i barbieri hanno le palle – di Nando Cimino

Una volta le sale da barba erano piene tutti i giorni; ma il lavoro vero e proprio, quello con il quale si vuscava a simanata, arrivava solo il sabato e la domenica

“Chi sordi ca varagna un varberi, un si pò campari mancu a muggheri”! Sentivo dire così anticamente a qualche barbiere che spesso si lamentava del fatto che con quel lavoro si guadagnasse poco. E forse tanti torti non aveva.

Una volta infatti le sale da barba erano piene tutti i giorni; ma il lavoro vero e proprio, quello con il quale si vuscava a simanata, arrivava solo il sabato e la domenica. Infatti, escluso il lunedì che era giorno di riposo, e per questo detto “u lunniri ri varberi”, tanti vi si recavano non per il taglio dei capelli o per la rasatura, ma solo per trascorrere qualche ora in compagnia a discutere o a suonare. Famosi erano i concertini che improvvisati musicisti facevano con chitarra e mandolino; strumenti che i barbieri tenevano sempre a portata di mano insieme a pennelli, forbici e rasoi.

Ma voglio qui parlarvi anche di una particolare caratteristica che qualche giorno fa mi ha fatto venire in mente un amico; anche lui appassionato conoscitore di storie termitane. Era un espediente, oggi improponibile, che il barbiere utilizzava quando qualche anziano cliente, ormai con la faccia piena di rughe e la pelle flaccida, andava per farsi radere. Da una tazza che teneva li a portata di mano, il figaro prendeva una pallina di legno, simile nelle dimensioni a quelle da ping pong, e al momento di rifinire la rasatura la faceva infilare in bocca al cliente per far si che la guancia, rigonfiandosi, rendesse più agevole l’operazione.

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Prima da un lato, poi dall’altro ed alla fine la pallina, sputata fuori, veniva nuovamente riposta nella tazza, colma di una improbabile soluzione disinfettante, e pronta per passare nella bocca di qualche altro avventore. E a tal proposito, anche nella mia memoria, è “risorto” un personale ricordo. Elio, il barbiere in cui da bambino mi portavano, e che aveva la bottega in piazza Sant’Antonio, sempre per lo stesso scopo utilizzava invece le noci. Ne guadagnava l’igiene; perché a differenza delle palline, le noci dopo l’uso venivano schiacciate ed offerte ai presenti per essere mangiate.

Lo so che adesso nel leggere, qualcuno si starà sentendo male; ma era così, e nessuno se ne lagnava più di tanto. A completare la non certo rassicurante situazione igienica dei saloni, c’era pure a sputacchera; che stava li posta in un angolo, e che il garzone, al bisogno, avvicinava alla bocca del cliente e poi provvedeva a svuotare nell’unico lavandino. E comunque, per farvi “digerire” queste sconcezze, concludo con una bella filastrocca proprio sui barbieri:

”Mi pizzica lu peri, chiamati lu varberi, u varberi è malatu, chiamati lu surdatu, u surdatu partiu e u varberi muriu”.

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