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Tempu di Favazza – di Nando Cimino

A favazza, anche se in qualche maniera vi rassomiglia, non è ne uno sfincione e nemmeno una pizza

Siamo alla vigilia della Immacolata festa a cui nella nostra città è legata la tipica tradizione “ri nuttati ra Maronna”; il cui piatto principe è a favazza ed al quale da qualche anno è pure dedicata una bella sagra.

A favazza, anche se in qualche maniera vi rassomiglia, non è ne uno sfincione e nemmeno una pizza; e utilizza solo ingredienti freschi che anticamente caratterizzavano l’economia della città. A conza infatti era anticamente fatta di sarde salate prodotte a Termini e poi, oltre al caciocavallo, anche da cipollette dei nei nostri campi, da passuluna, pomodoro, ed ancora dal profumatissimo origano spontaneo raccolto sulle pendici del San Calogero. Il tocco magico era infine dato dall’ogghiu novu tipico del periodo che, messo a crudo a fine cottura, ne esaltava il gusto ed il profumo.

I nostri antenati la impastavano in casa con farina di frumento locale ed era un momento di gioia e di condivisione. Messa nelle teglie veniva poi portata nei tanti forni a legna della città e le strade ed i vicoli venivano inondati dal suo intenso e gradevole profumo. La parola termitana favazza o fuazza, deriva presumibilmente dal dialetto genovese “fugassa” ovvero focaccia; e ci riporta ad un preciso periodo storico, ovvero al seicento, tempo in cui la nostra città teneva proficui rapporti commerciali con Genova e tanti mercanti genovesi erano venuti ad abitare proprio a Termini.

Ma adesso voglio proporvi questo racconto in versi scritto da un nostro anziano concittadino oggi ultranovantenne ovvero il Signor Giuseppe Lo Cascio che ben descrive i tempi della sua gioventù quando arrivava u tempu da FAVAZZA TIRMINISA….leggeteli ed abbandonatevi ai ricordi. Buona vigilia dell’Immacolata a tutti.

A FAVAZZA TIRMINISA

“E’ festa ri Natali.
Trarizioni ri stu me paisi
è a bella favazza tirminisi.
‘Ntè curtigghia e ‘ntè vaneddi cu li tigghi si furriava
e unni c’erinu furnara chi ciauru sbummicava!
U furnu si ijardeva ca ramagghia chi bruciava
e ca scupa ri curina ca u ginisi scacazzava.
Ronna Ciccia a panittera a favazza priparava
ggià ‘mpastannu ri matina acqua e sali, criscenti e farina.
U pastuni, ‘ntà tigghia untata d’ogghiu si mitteva,
e cu pumaroru, sardi salati, caciu cavaddu,
cipuddetti e passuluna la conza si priparava.
Accussì fatta a lu furnu si purtava
e poi puru riniu, ogghiu novu e caciu saliatu s’agghiunceva.
Era Natali e tutta a famigghia a tavula manciava,
e pi fari festa a quacchi amicu puru si mmitava.
A sira cuntenti ‘nzemmula si jucava;
e cu fisarmonica e friscalettu c’era puru cu abballava”

L’immagine che correda l’articolo è tratta dal sito web “Fornelli di Sicilia” dove potrete trovare anche l’originaria ricetta.

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