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Termini Imerese: Arrivaru i Calamignara – di Nando Cimino

C'era chi le preferiva sanguigne, chi muscareddi o surfarini; ma tutte allora, a differenza di oggi, erano rigorosamente con le spine; e i bastarduna scuzzulati andavano veramente a ruba

Fin negli anni sessanta, quando a Roccapalumba la sua coltura non era ancora così ben sviluppata come lo è oggi, a Termini Imerese il ficodindia più conosciuto era quello calamignaru. Veniva così chiamato perché proveniva dalle campagne di Ventimiglia di Sicilia che, nella parlata termitana di un tempo, veniva appunto chiamata Calamigna.

Ne conservo ricordi dei miei anni infantili quando, soprattutto nel mese di Ottobre allorchè il frutto aveva raggiunto il pieno della sua maturazione, le vie si riempivano di ambulanti che tessevano la città in lungo e in largo per vendere il delizioso prodotto. “Vi purtaiu chiddi duci di Calamigna,….Calamignari l’aiu”; era questa la caratteristica abbanniata che rimbalzava tra curtigghia e vaneddi e che serviva a richiamare i clienti. Ho ancora vivo il ricordo di un simpatico vecchietto, o almeno tale appariva ai miei occhi di bambino, che girando con il suo carrettino gridava: “Beddi frischi vi purtaiu, ora ora l’arrubbaiu”. Non so se nel suo caso fosse vero, ma era comunque risaputo che, una qualche parte dei ficodindia venduti ogni mattina per le strade della nostra città, era spesso di provenienza furtiva.

C’era chi le preferiva sanguigne, chi muscareddi o surfarini; ma tutte allora, a differenza di oggi, erano rigorosamente con le spine; e i bastarduna scuzzulati andavano veramente a ruba. Già di buon mattino i venditori, tanti dei quali provenienti proprio da Ventimiglia, erano all’opera; ed infatti c’era anche chi, proprio con quei fichidindia, faceva la sua prima colazione. “Cummari u nni manciati assai ca cu chisti s’attuppa”; così scherzavano spesso le donne, convinte che i semini interni (l’ossa) potessero causare problemi di stitichezza.

Poi li sistemavano su una tavoletta e delicatamente, con circospezione, li “munnavinu” aiutandosi con un coltello ed una forchetta. Spesso, durante questa operazione, le nonne per tenere tranquilli i bambini e per incuriosirli, chiedevano loro di risolvere questo indovinello; …”Nun mi tuccari ca ti fazzu mali, ma si mi spogghi ti fazzu arricriari” – Ovviamente la soluzione era a ficurinnia!

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