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Termini Imerese: “I strati ri scupi” – di Nando Cimino

A vendere il prodotto ci pensava poi Ninuzzu, un simpatico bonaccione con sottili baffi, che girava in lungo ed in largo per le vie della città e che, per questa sua attività, tutti chiamavamo "Ninu chi scupi"

Nelle foto la via Ampelodesimo com’è oggi e com’era ieri

C’erano a Termini Imerese, e qualcuna c’è ancora, strade il cui nome richiama ad antichi mestieri ormai scomparsi. C’èra per esempio la via Bottai dove abili artigiani fabbricavano e vendevano botti e che poi è diventata via Salemi Oddo; c’era la via dei Seggiai dove si costruivano sedie ed in seguito intitolata a Denaro Pandolfini; e c’erano e ci sono ancora la via Scopari e la via Ampelodesimo, anticamente conosciute come “I strati ri scupi”, perchè tanti artigiani vi praticavano la fabbricazione di scope.

Erano scope fatte con l’utilizzo di foglie di palma nana, dette di curina, e molto usate per la pulizia dei forni a legna; e poi soprattutto di ampelodesmo, da noi meglio conosciuta come ddisa. Parola quest’ultima lasciataci in eredità dagli arabi. A ddisa veniva chiamata anche “erba tagghiamanu”; ed il motivo ben lo sapevano i tanti ddisalora che la andavano a raccogliere cu fascigghiuni, e le cui mani, senza alcuna protezione, erano sempre sanguinanti e piene di tagli. A ddisa si trovava in molte zone del nostro territorio; ma in tanti, forse perchè vicino alla città, andavano a raccoglierla nelle campagne di Santa Marina o a poca distanza dalle sponde del fiume San Leonardo, dove per il particolare microclima la pianta cresceva rigogliosa assieme ai tanti cannizzola.

Riunita in fasci a ddisa veniva poi caricata su muli e carretti; ma tanti poveri diavoli lo facevano pure a spalla, portandola li in quella via dove veniva accatastata davanti alle case per poi essere lavorata. Ecco quindi il perchè, nel tempo, la strada prese quel particolare nome di Ampelodesimo. I scupara erano abili artigiani, ed oltre alle scope costruivano anche “zimmili”, una sorta di bisacce utilizzate per il trasporto con i muli; ma pure e soprattutto “liàmi”. Erano queste ultime delle resistenti corde intrecciate, da qui il detto “‘nturciuniatu comu na liàma”, che i contadini utilizzavo in campagna per legare i fasci di grano od i covoni di fieno. Spesso a liàma, preceduta dalla minaccia: “Ora ti fazzu viriri di chi erba è fatta a scupa”, diventava pure uno strumento di castigo che tanti padri, con eccessiva severità, usavano per infliggere dolorose punizioni corporali ai figli disubbidienti.

I soli fili di ddisa poi erano pure usati in campagna per legare le viti o per ‘ncannari u pumaroru; ma prima, per renderle più malleabili, dovevano essere tenute in ammollo anche per giornate intere. Ma in tempi ancora più antichi, con i busi di ddisa opportunamente attorcigliati, c’era anche chi faceva fiaccole; mentre, e questo fin negli anni sessanta del novecento, tante nonne utilizzavano quelli più sottili per realizzare in casa i maccarruna busiati. Nella via Ampelodesimo, che scende nella parte mediana della città dipartendosi dalla vecchia cinta muraria di via della Guardia a poca distanza da Porta Baddoma, nulla è più rimasto a ricordo di quei tempi; tranne il nome.

L’ultimo scuparu di Termini, che ancora tanti simpaticamente ricordano, fu u zzù Giullà (Gerlando); che aveva la sua “officina” nella parte bassa della città in un larghetto poco lontano dalla via dei Bagni. Ricordo, ma ero poco più che bambino, di averlo visto lavorare con le sue abili mani, utilizzando un grosso mazzuolo di legno con cui batteva a ddisa per ammorbidirla, e con una spessa tavola dalla quale fuoriuscivano dei lunghi chiodi che serviva per pettinare le scope appena finite. A vendere il prodotto ci pensava poi Ninuzzu, un simpatico bonaccione con sottili baffi, che girava in lungo ed in largo per le vie della città e che, per questa sua attività, tutti chiamavamo “Ninu chi scupi”. Di tutto ciò nulla più esiste; rimangono i ricordi, ma ci mancano tanto i personaggi.

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