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Termini Imerese: IL Carnevale dei Profughi – di Nando Cimino

Era semplicemente così che li chiamavamo da quando, giunti a Termini, ben si erano inseriti nel contesto sociale della città facendosi apprezzare e benvolere da tutti

Oggi 10 febbraio, giornata dedicata al ricordo dei martiri delle Foibe, voglio proporvi quest’altro spaccato di storia popolare della nostra città nel quale vi racconto il “Carnevale dei Profughi”.

Era semplicemente così che li chiamavamo da quando, giunti a Termini, ben si erano inseriti nel contesto sociale della città facendosi apprezzare e benvolere da tutti. Era successo che nel secondo dopoguerra, dopo l’annessione dell’Istria da parte della Jugoslavia, tanti italiani che li risiedevano, per sfuggire alla pulizia etnica voluta da Tito, si sparsero per altre regioni d’Italia trovando alloggio in campi di fortuna appositamente allestiti.

In Sicilia ne furono approntati a Siracusa e a Palermo, ed uno pure a Termini Imerese. Venivano chiamati “Centri di Smistamento Profughi”; e quello della nostra città era attivo già dal gennaio del 1944. Al sostentamento provvedeva L’Opera di Assistenza per i profughi Giuliano-Dalmati; organizzazione che il comune di Termini finanziava anche con un contributo economico. Uno di questi, da lire 20.000, è documentato nel 1955. E come ben ricorda l’amico prof. Franco Amodeo, altra nostra memoria storica, anche i profughi alloggiati in città furono ben presto coinvolti dall’entusiasmo per il Carnevale Termitano.

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Alcune loro graziose ragazze sfilavano mascherate e, almeno in una occasione, vollero cimentarsi anche nella costruzione di un carro. E i carri, come tanti di voi ricorderanno, in quegli anni si facevano proprio nei capannoni della Caserma La Masa. Lo vollero intitolare “La Corrida”; ed era un carro che, così come sempre il prof. Amodeo ci conferma, al di la della facile allegoria carnascialesca, voleva lanciare anche un messaggio; ovvero quello di non voler dimenticare e di continuare a lottare sempre per i propri diritti, per la propria libertà e per la propria terra.

Dei profughi ho anche io personali ricordi, legati soprattutto alla figura della vecchia Emilia, che li ancora abitava in un fatiscente casotto quando, nei primi anni sessanta, nelle aule della ex caserma La Masa ebbi a frequentare le scuole medie. A differenza che in qualche regione del nord, qui essi non furono visti come coloro che venivano per toglierti pane e; ma ben si integrarono nel tessuto sociale termitano e tanti rimasero stabilmente mettendo su famiglia. Era gente fiera che viveva dignitosamente; e all’interno del campo c’era pure chi svolgeva qualche piccola attività artigianale. Fra questi viene ricordato un bravissimo arrotino da cui tanti andavano per fare affilare i loro coltelli. Della loro presenza ne risentì positivamente anche lo sport; fu infatti pure grazie a loro che nella nostra città si diffuse la pratica del basket femminile; e tanti andavano a vedere le partite che venivano giocate in un campetto improvvisato che si trovava all’interno della Villa Palmeri, anticamente Flora. Alle necessità della piccola comunità, facendo da tramite con le istituzioni locali, pensava don Gegè Tirrito; componente di una nota e numerosa famiglia termitana, che abitava nella zona dei Cappuccini.

Vi ho già in più occasioni detto come la storia del nostro carnevale spesso si intrecci con la storia stessa della nostra città; e questo che ho voluto qui narravi ne è un esempio.

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