U Nannu Ca Nanna, due cuori e una capanna – di Nando Cimino
In questo articolo parleremo dei proprietari e quindi delle case che, in questi 120 anni di storia, sono state il nido d'amore dei due nostri inseparabili vecchietti
Mi piace titolare così questo post con il quale intendo parlarvi dei proprietari e quindi delle case che, in questi 120 anni di storia, sono state il nido d’amore dei due nostri inseparabili vecchietti. Non è dato sapere con certezza chi le abbia create e da dove siano venute; cito solamente una mia intervista televisiva fatta tanti anni fa alla signora Marilia Papania, che mi testimoniò del fatto che le maschere, almeno così asseriva, fossero state portate a Termini sul finire dell’ottocento da un antenato del marito ovvero un Lo Faso; famiglia bene in vista della città, che le aveva utilizzate durante i balli di carnevale.
Altro racconto riporta il prof. Franco Amodeo che a sua volta ne aveva avuto testimonianza dal prof. Giuseppe Navarra; storico termitano e docente di lingua inglese nato il 1.1.1893 e morto quasi centenario il 28. 11. 1991. Il Navarra, i cui ricordi ci riportano anche ai Napolitì, narrava di come da bambino nel recarsi una mattina d’inverno a scuola si fosse accorto di queste due maschere poste in una scansia all’interno del laboratorio artigianale dei fratelli De Giorgi; due falegnami che tenevano bottega nella parte bassa della città e precisamente nei pressi della parrocchia della Consolazione.
Sicuramente era la prima volta che il Navarra si imbatteva in quelle maschere, non si spiegherebbe altrimenti la sua curiosità e lo stupore nel vederle. Ma allora perché si trovavano li? Le avevano costruite i De Giorgi per il nostro Carnevale, o stavano semplicemente riparandole magari perché danneggiate dopo qualche anno di uso da parte dei vecchi proprietari? Bisogna riconoscere che l’incertezza che c’è intorno alla loro nascita di fatto influisce positivamente sulla storia di questa festa rendendola in certo qual modo misteriosa ed allo stesso tempo affascinante. Ma lo stesso prof. Navarra nel suo libro “Termini Com’era” ci da pure conferma che ancor prima che facessero la loro comparsa le due maschere, nella nostra città era già tradizione che a fine della festa venisse bruciato u nannu.
Ad ogni buon conto sappiamo che il primo proprietario attendibile, pur se anche questo non documentato, ne fu un circolo sportivo; ovvero il Nauthing Sport Club. Era un sodalizio molto apprezzato che in quegli anni aveva la sua sede in via Vittorio Emanuele proprio a pochi passi dalla falegnameria De Giorgi; e di cui, nei primi anni del novecento, era presidente tale signor Liborio Scaffidi. Sciolto il circolo le maschere passarono ad uno dei suoi soci ovvero al signor Ignazio Militello; personaggio eclettico ed attivo nella organizzazione del Carnevale e che era anche stato il primo ad aprire a Termini Imerese uno stabilimento balneare, i bagni Gisira, popolarmente conosciuto come “I Cammarini”.
Tra la fine degli anni trenta ed i primi anni quaranta U Nannu Ca Nanna cambiano ancora casa e vengono acquistate, si disse per 12 lire, dal Signor Agostino La Rocca; fate voi le proporzioni considerando che in quegli anni il pane costava circa 2 lire al chilo. Da quel momento in poi la casa dei La Rocca, stimata famiglia termitana che ancora oggi ne detiene la proprietà, diventa l’alcova dei due arzilli vecchietti che ormai, da più di ottanta anni ed amorevolmente coccolati, ancora li abitano. Le vicende della vita portarono successivamente Agostino La Rocca ad emigrare e ad allontanarsi per alcuni anni dalla nostra città lasciando la custodia delle maschere al fratello Salvatore. E data l’importanza del personaggio tale evento fu ricordato in un testamento del nannu dove ad un certo punto così si legge:
“A unu, a unu sulu pinzammu però,
chi duluri ‘ntò cori ni purtò,
iddu nun cc’è, ca pi l’America partiu
Ustinu La Rocca quant’avi ca un ti viu.
….. Ustinu niputi amatu, tu facisti lu tracciatu,
e chiddi chi erinu cu ttia, fannu tutti a stissa via………”
Traspare in questi versi tanta tristezza che ci riporta ad un periodo storico della nostra città durante il quale molti dei nostri antenati furono costretti ad emigrare in cerca di miglior sorte. Anche questo è il nostro Carnevale e sono queste le storie che mi piace raccontare; storie di uomini, di cuore, di sentimenti e di emozioni.





