Termini Imerese: Antiche usanze nella Settimana Santa – di Nando Cimino
Tra le tante usanze ho trovato singolare il fatto che in quei giorni ci si guardava bene dal mangiare o più semplicemente dal tenere in casa finocchi

La società popolare del novecento traeva spunto anche dalla Settimana Santa per rispolverare talune antiche credenze che i nostri antenati si tramandavano da generazioni.
Tra le tante usanze ho trovato singolare il fatto che in quei giorni ci si guardava bene dal mangiare o più semplicemente dal tenere in casa finocchi. Si pensava infatti, e chissà perchè, che l’incolpevole ortaggio fosse portatore di parassiti e miseria. Un’altra superstizione era poi legata alla numerologia, ed applicata in questo caso alla visita dei “Sepolcri” che doveva essere fatta in numero dispari; si poteva infatti andare in una sola chiesa od in tre o cinque. – “Pò nesciri ca oggi un ti sparra nuddu”; si diceva poi a qualche donna della famiglia che, colpita dalla morte del marito o di altro familiare intimo, si trovava a non potere uscire di casa dovendo rispettare il cosiddetto “luttu strittu”. Infatti solo la visita ai Sepolcri esentava da questa sorta di arresti domiciliari a cui la poverina era costretta per almeno sei mesi; prima di poter passare al “menzu luttu”.
Con l’inizio della Settimana Santa era pure tradizione che i contadini raccogliessero “u balicu” che avevano seminato in campagna e che, insieme ai lavureddi, era il fiore più usato per adornare gli Altari della Reposizione. La Settimana Santa iniziava quindi con questi presupposti e con la presa di coscienza che si trattasse comunque di giorni di mestizia.
L’amica Cosima mi ricordava poi di questo episodio sentito raccontare tantissimi anni fa dalla nonna. Una volta, mentre passava la Processione du Signuri Mortu, una donna non volle affacciarsi perché in quel momento si stava facendo le trecce ai capelli; invece un’altra vicina che stava impastando il pane, per rendere omaggio al Cristo e all’Addolorata si affacciò ugualmente con tutte le mani sporche. Fu in seguito a quell’episodio che nacque il detto:
“Maliritta dda trizza ca di venniri s’intrizza, biniritta dda pasta ca di venniri s’impasta”.
Vicino casa mia ricordo di una anziana signora che chiamavano Donna Fulippa alla quale, giusto in quel periodo, ogni tanto sentivo ripetere questa frase che, secondo i miei ricordi, doveva fare più o meno così:





