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Carnevale Termitano: Chi è veramente u Nannu? – di Nando Cimino

Nei Carnevali di Sicilia quella del Nannu è una maschera ricorrente e popolaresca che ritroviamo in molte Manifestazioni Carnascialesche dell'Isola

Foto di Giovanni Buscetta

Sin da bambino sono rimasto affascinato dalla figura del nostro Nannu di Carnalivari; personaggio burlone e grottesco ma anche enigmatico e istrionico.

Nei Carnevali di Sicilia quella del nannu è una maschera ricorrente e popolaresca che ritroviamo, e ne cito solo alcuni, nei carnevali di Ribera, di Borgetto, di Mistretta, ma anche di Palermo e della stessa Mezzojuso, nota per il suo Mastro di Campo. Figura popolaresca dicevo, ma legata a doppio filo soprattutto con l’ambiente contadino.

Come molti etno-antropologi infatti sostengono, bruciare u nannu è un rito pagano con cui si intendeva festeggiare la fine dell’inverno e, con l’arrivo della bella stagione, salutare il risveglio della natura. Ma attraverso il fuoco dei falò, insieme al nannu bruciavano metaforicamente pure i peccati degli uomini e le colpe della società; quindi egli era anche vittima sacrificale di un rito di espiazione e di purificazione.

Il nannu di Termini Imerese è però un nannu particolare; un nannu che nasce campagnolo ma diventa borghese, anzi nobile. “Vestiti zzuccuni ca pari baruni dicevano i nostri antenati; ed è proprio quello che fa il nostro nannu. Come tanti altri infatti, anche il Carnevale Termitano ha origini agresti; ed anche qui il nannu era un povero pupazzo di paglia e pezze che veniva bruciato al finir della festa. La metamorfosi avviene nel tardo ottocento quando il nostro carnevale già strutturato, si sposta dall’ambito villanesco in cui era nato e attraverso i vari comitati che si succederanno nel tempo, viene istituzionalizzato divenendo festa della città. E quando agli albori del XX° secolo il nannu prende moglie e fa la sua comparsa come maschera di cartapesta, lo ritroviamo assieme alla nanna ben vestito con abiti damascati con guanti e gilet, con eleganti pantaloni di velluto o con una bella marsina nera.

Di quella antica figura di popolano rimarrà ben poco; o forse no. Gli abiti infatti ne cambieranno l’aspetto ma non certo l’animo. Il nostro nannu, tutt’altro che composto, ride, scherza, sbeffeggia e si lascia andare ad atteggiamenti poco consoni al ceto cui sembrerebbe appartenere. Ma, e questo non tutti gli “studiosi” lo hanno forse notato, il nostro nannu non tradisce ma anzi rimarca le sue origini. Egli infatti porta con se un fazzolettone rosso od azzurro che è il classico muccaturi che i contadini usavano per asciugarsi il sudore ma che pure mettevano in testa durante le assolate giornate estive. Altro che nobile e di stirpe altolocata; il nostro nannu è proprio un viddanu!

Da sempre infatti, salvo rare occasioni, egli reca tra le mani ed in bella mostra anche finocchi, carote, ravanelli, cetrioli; insomma prodotti della terra che giusto ne richiamano le vere origini. Ed a tal proposito, e qualcuno ancora se ne ricorda, in alcune edizioni e fin verso la fine degli anni cinquanta, in Piazza Duomo dopo la lettura del testamento, faceva il suo ingresso un corteo funebre preceduto da un grosso pupazzo di paglia e pezze che, così come si faceva nel lontano passato, veniva buttato su una catasta di legna e bruciato.

Si sappia quindi che, laddove e sotto qualsiasi forma egli è ancora presente, il nannu, e nello specifico mi riferisco al Carnevale di Termini ed all’ex Carnevale di Palermo, non è certo figura di invenzione ottocentesca di questo o di quel comitato; ma retaggio di ben più antiche e preesistenti feste.

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