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Termini Imerese: C’erano una volta…i buttani a stazioni – di Nando Cimino

Ogni sera, complice il buio, il viale alberato si popolava di un nutrito gruppetto di prostitute, a volte anche quattro o cinque, che si mettevano in bella mostra ai bordi del marciapiede

Nella foto condivisa da Fabio Chiaramonte il viale della stazione negli anni cinquanta

Ricordo da ragazzo che a volte, quando nei quartieri popolari le donne litigavano, e capitava spesso, la contesa finiva con qualcuna che prima di allontanarsi, magari tirata via dai vicini, gridava in faccia all’altra: “Ma va fai a buttana a stazioni” ! Era questo un modo di dire tutto termitano che, proprio nella nostra città, aveva una sua ragion d’essere.

Infatti, allorché a seguito della legge Merlin del 1958 erano state chiuse le case di tolleranza, ed a Termini ce n’era una; alcune povere donne, magari costrette per necessità a esercitare il mestiere più antico del mondo, presero a stabilirsi in strada. Nel nostro caso il luogo prescelto fu la stazione; ovvero giusto a pochi passi da dove, per tanti anni, aveva avuto sede proprio “u casinu”.

Qui ogni sera, complice il buio, il viale alberato si popolava di un nutrito gruppetto di prostitute, a volte anche quattro o cinque, che si mettevano in bella mostra ai bordi del marciapiede per attirare i clienti. Venivano perlopiù da Palermo e qualcuna anche da Bagheria. La più conosciuta era Rosy, o almeno così diceva di chiamarsi; formosa, capelli biondi e occhi neri, se pur non giovanissima aveva portamento elegante e vestiva in maniera decorosa e mai volgare. Entrava spesso in confidenza con i clienti; e raccontava, ma chissà se era vero, di essere stata costretta a prostituirsi dal marito, manesco e ubriacone.

Non la si vedeva tutte le sere; e, per l’invidia delle colleghe, gli “avventori” non le mancavano mai. La zona della stazione era allora scarsamente illuminata, ma non si accendevano falò, per come il cinema ci ha spesso mostrato in simili scene. Ricordo però, e siamo già a metà degli anni sessanta, che qualcuna di loro, proprio come fosse una lucciola, aveva una lampadina tascabile che al bisogno azionava ad intermittenza per farsi più facilmente individuare. I clienti arrivavano anche dai paesi vicini e spesso c’era la fila; qualcuno del posto, magari privo di macchina, consumava velocemente il rapporto li a pochi passi, tra alcuni ruderi del vecchio largo della conceria o nei pressi dell’antico ponticello della Barratina. Gli altri, pattuito il prezzo, andavano ad imboscarsi con la macchina nelle stradine dei magazzini della marina, luoghi bui e soprattutto di sera scarsamente frequentati, o dietro il muro lato mare del campo sportivo vicino al cosiddetto “funnu ri porci”.

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Il viale della stazione, e proprio per questa sua caratteristica, era ormai considerato un luogo moralmente decadente; e le donne della città, soprattuto se sole, evitavano di passarvi la sera. Il fenomeno, che d’altronde non venne mai seriamente ostacolato dalle forze dell’ordine, che pure ogni tanto si facevano vedere, durò fino a parte degli anni settanta; poi le mutate situazioni sociali ne decretarono lentamente la fine. Piaccia o no, anche questo è un aspetto di storia popolare della nostra città che non va cancellato; aspetto di cui sicuramente nulla sanno, se non per averne forse sentito parlare, coloro che sono nati dopo la metà degli anni settanta.

E comunque mi piace concludere il post in maniera folcloristica riportandovi, sempre sul tema, alcuni proverbi siciliani, trascritti nella variante in uso a Termini Imerese:

“I buttani su peri peri e i mariti su di muggheri”
“Unni ci su campani ci su buttani”
“Cu porta a muggheri a ogni festa, e u sceccu a ogni funtana, torna cu sceccu
malatu e a muggheri buttana”
“Buttani e cani, quannu su vecchi morinu ri fami”
“A fimmina ca movi l’anca, si unn’è buttana picca ci manca”
“Amuri di buttana e vinu di ciascu, a sira è bbonu e a matina è guastu”
“E buttani senza gigghia, ci piaci u purpu ma no la trigghia”.

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