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Termini Imerese: La Chiesa ed il Quartiere di Santa Lucia – di Nando Cimino

Tanti fatti si apprendono anche attraverso il semplice racconto della vita di un quartiere; fatti che sono stati vissuti dai nostri antenati che nel tempo ne hanno scritto la storia e tramandato la memoria

Termini Imerese (Pa) Chiesa di Santa Lucia – Ph Nando Cimino

Dovendo parlare del Quartiere di Santa Lucia bisogna partire da molto lontano, anzi lontanissimo; ovvero arrivare sino al 100 a.C. quando in epoca romana, così come ci narrano gli storici, giusto in quella amena e panoramica collina aveva la sua residenza il patrizio Agatino; nemico giurato di Stenio. Conferma sulla veridicità di questo racconto ci viene attraverso alcuni reperti, tra i quali una vasca da bagno ed un mosaico con scene di pesca che ne adornavano la stanza e che vennero individuati per la prima volta nel 1760 dal termitano Giuseppe Benincasa; sacerdote e studioso nato nel 1735 e membro della Accademia Euracea. E giusto a ricordo di quella antica presenza, ancora oggi nel quartiere esiste una strada che si chiama proprio via Agatino. Ma il quartiere, se pur più avanti negli anni, nasce e si sviluppa intorno alla Chiesa di Santa Lucia da cui prende il nome; chiesa che venne costruita proprio in quell’area nella seconda metà del XV° secolo.

Per come si rileva in alcuni antichi documenti riportati in un suo scritto anche dal ricercatore Aglieri Rinella Castrenze, annesso alla stessa chiesa e con l’approvazione del Vicerè Caracciolo, nel 1783 venne fondato anche un orfanotrofio. E pure in questo caso una strada, che potremmo considerare la porta di accesso al quartiere, ci ricorda di quest’altro aspetto; infatti a pochi passi dalla vicina chiesa di San Carlo si diparte la via Albergo Santa Lucia, una delle poche carrozzabili della zona, e che arriva proprio li dov’era quella casa di accoglienza. La struttura restò in funzione per tanti anni ospitando e dando istruzione ad orfanelli poveri; successivamente con Regio Decreto di S.M. Umberto I° emanato l’11 di Agosto del 1896, venne riunito con quello di San Pietro; ed in seguito trasferito proprio nei locali di quest’ultimo poco sotto la Chiesa Madre. I due orfanotrofi così accorpati, vennero per qualche tempo e con impegno amministrati da Patri Masinu Giunta; benvoluto sacerdote termitano che, da ciò che è dato sapere, in qualche occasione ebbe pure a sovvenzionarli a sue spese.

La sede di quella vecchia struttura ed i locali attigui, li ritroviamo nuovamente frequentati nel secolo successivo. Qui infatti, e questo fin verso la fine degli anni cinquanta del novecento, fu attivato il cosiddetto “dispensario” dove tanti andavano a prender farmaci per la tubercolosi o la malaria; malattia ancora ben presente nelle nostre zone e che veniva curata con l’uso di chinino. In anni successivi ed in stanze opportunamente adattate, trovarono ospitalità pure alcune aule scolastiche come sezioni distaccate della scuola media statale “Paolo Balsamo”. E sempre li, ma tanti anni prima ovvero nel 1915, erano stati ospitati pure 50 profughi di guerra; lo rileviamo da un documento comunale del 5 Novembre, dove è pure scritto che ne era custode tale Nicolò Militello, il quale percepiva un compenso di lire 1,50 al giorno. Allora Termini contava una popolazione di poco superiore ai 20.000 abitanti. Ma, e questo non tutti forse lo ricordano, nel corso della seconda guerra mondiale i locali di quell’orfanotrofio furono adibiti pure a stazione di vedetta militare; “a viritta di Santa Lucia” come la chiamavano i termitani. “Sunò a sirena ri Santa Lucia” dicevano ogni qual volta se ne ascoltava l’allarme; e tutti, prevedendo una imminente incursione aerea, andavano a rifugiarsi per paura di un possibile bombardamento.

Il quartiere nasce e si sviluppa successivamente al taglio di due colline; una era quella conosciuta come “Cozzu di furmiculi” (Colle delle formiche) dove c’era la chiesa di San Girolamo detta dei Cappuccini, e l’altra proprio quella di Santa Lucia. I lavori, seguiti dall’architetto Don Giuseppe Venanzio Marvuglia, iniziarono a seguito di una delibera comunale del 1792; e si resero necessari per consentire la costruzione di una nuova strada, ovvero la via Stesicoro. Strada che, almeno in quel primo lotto, doveva unire il piano di San Carlo con la porta della Barratina o “Baddoma”. I lavori resero oltremodo instabili le due collinette che a causa delle piogge, in più occasioni furono interessate da movimenti franosi; e questo fin quando non si pensò di proteggerle con grandi mura, a loro volta sostenuti da possenti archi ancora oggi ben visibili. In uno stradario comunale redatto nei primi anni del novecento, troviamo che il Quartiere di Santa Lucia era delimitato principalmente da cinque strade; una era proprio la via Stesicoro, poi c’era la via San Giuseppe, il Corso Umberto e Margherita, un tratto della via Tribunali (Via Roma) poi via Mulè, ed infine la via Errante. L’area inglobava di fatto anche la zona prossima alla chiesa di San Carlo che, proprio in quello stradario, non veniva nemmeno contemplato come quartiere. Erano in tutto 28 le strade che ne facevano parte; tante delle quali realizzate a scale e particolarmente scoscese; quindi praticabili solo a piedi e sempre con attenzione. Il loro fondo era costituito, ed in parte è ancora oggi così, da pietre di mare nella parlata locale dette ciachi, e delimitate anche al bordo dei gradini, da lastre di pietra calcarea (balati).

Ma torniamo a parlare della chiesa che aveva dato il nome al quartiere. La costruzione, non di grandi dimensioni, è a navata unica con volta a botte. Sulla destra poche nicchie appena accennate, con quadri e santi; mentre a sinistra intervallati da uno stretto corridoio, un paio di capienti stanze che fungevano da sacrestia e da servizi. Titolare della chiesa era fin negli anni sessanta del novecento il sacerdote Don Nino Geraci; un brav’uomo che viene ricordato come ottimo predicatore il quale, e però non so dirvene il perché, era popolarmente conosciuto come “Patri Chiovu”! Era un prete brillante ed attivo e, da quel che se ne sa, per qualche tempo ebbe ad occuparsi anche della chiesa di Sant’Antoninello in via dei Bagni. Nella chiesa di Santa Lucia, almeno fin quando non venne dismessa, c’era la bella statua lignea della santa, successivamente trasferita nella chiesa di San Carlo, e pure un bel dipinto donato dal deputato don Ignazio Di Michele, copia della SS. Annunziata opera del pittore Giacomo Lo Verde. C’è pure da aggiungere che nel XVII° secolo e prima che nel 1758 il suo culto venisse trasferito alla Gancia, in questa stessa chiesa era pure venerato San Paolino da Nola; e qui aveva la sua sede anche la “Opera Pia delli Giardinari”; confraternita che ne curava la festa e ne amministrava la cappella. Alla chiesa di Santa Lucia si accedeva attraverso un caratteristico cancello in ferro che si apriva sul piccolo sagrato. Era una sorta di terrazzo, pavimentato con mattoni in cotto locale e protetto da un muretto a petto dal quale, prima che alcuni palazzacci ne deturpassero la vista ed il paesaggio, era possibile godere di un magnifico panorama che spaziava su gran parte della città e sul suo suggestivo golfo. Oggi purtroppo una frana che il 13 Gennaio 2022 ne ha fatto crollare parte dei muri di sostegno, ha reso inagibile la zona consigliando di non praticare pure lo stesso sagrato.

Quartiere Santa Lucia – Crollo dei muri di sostegno

Speriamo possa tornare fruibile almeno la chiesa dove da alcuni anni l’Associazione Teatro Zeta, con la direzione del regista Piero Macaluso, vi svolgeva numerose ed apprezzate attività culturali. Ma qui anticamente c’era grande animazione soprattutto il 13 Dicembre giorno di Santa Lucia, quando vi si celebravano messe da mattina a sera, ed i termitani accorrevano in massa per invocare la Santa protettrice della vista. Di buon mattino il quartiere veniva svegliato dai rintocchi a festa della campana e dal grido dei venditori di panelle che giravano l’intera città, ma soprattutto le strade del quartiere di Santa Lucia. In quella occasione a dar man forte a Padre Nino Geraci arrivava pure Patri Gnazzinu Candioto che saliva dalla vicina parrocchia di San Carlo seguito da una schiera di chierichetti. La messa vespertina vedeva la presenza di tanti viddani, che rientrati anzitempo dalla campagna non volevano fa mancare il loro segno di devozione alla santa.

Il quartiere infatti, e questo sin nei primi anni sessanta del novecento, era ancora essenzialmente abitato proprio da contadini; d’altronde tutti ben sappiamo che fino a quel periodo gran parte della economia cittadina si sosteneva proprio attraverso l’agricoltura. Poco sotto la chiesa, scendendo verso la vicina via di Palazzo Cirillo, c’era a putia di don Fifì, un brav’uomo alto e robusto che qualcuno chiamava amichevolmente “u giganti” e che, come usava allora, vendeva alimentari e diversi. La sua bottega, soprattutto d’estate, era frequentata da tanti bambini; egli infatti utilizzando delle formine di latta, preparava in proprio dei gustosissimi ghiaccioli. Nelle vicinanze c’era pure una simpatica donnina che nel basso in cui abitava vendeva liquirizia e caramelle; il suo nome era donna Cosimina ma tutti la chiamavano “a caramillara”. Proprio alle spalle della chiesa c’era pure un forno a legna, che ogni mattina inondava l’aria con l’odore acre del fumo di ramagghia e con il profumo del buon pane appena sfornato. In un vicolo ai margini del quartiere, ovvero il Chiassuolo Ruderi, dove fino ad alcuni anni fa erano visibili i resti della dimora di Agatino, fin oltre gli anni sessanta c’era anche la Scuola Eurako, che pure io ebbi a frequentare, e dove il professore Emilio Mirabella teneva corsi di steno-dattilografia.

Alcune vie del quartiere sono particolarmente suggestive e, cosi come le già citate via Agatino e via Albergo Santa Lucia, richiamano alla memoria luoghi e storie. Tra queste c’è la via Nivaloro che si inerpica partendo dalla via Stesicoro e che deve il suo nome al fatto che li ci fosse un deposito di neve. La neve quasi sempre proveniva dai monti delle Madonie e veniva conservata all’interno di buche scavate nella terra e ricoperta di paglia per evitare che si sciogliesse. Scendendo una ripida scalinata che si diparte proprio accanto alla chiesa di Santa Lucia, ed inoltrandosi a sinistra, si arriva poi al vico Coppola. La strada deve il suo nome ad una nota famiglia termitana cui apparteneva anche il sacerdote Francesco Coppola; ma ve ne parlo qui perché proprio in questa stradina c’era e c’è ancora una graziosa chiesa intitolata al SS. Crocifisso dei Pirreri.

La chiesetta di piccole dimensioni è del XVIII° secolo e sorge la dove anticamente c’era proprio una pirrera, ovvero una cava di pietra. Leggenda vuole che la chiesa fosse stata costruita a seguito del ritrovamento, proprio tra quelle pietre, di un miracoloso Crocifisso; e si narra pure che ai piedi di questa Sacra Immagine tante mamme termitane venissero a pregare allorché i loro figli venivano mandati in guerra. Ma al Crocifisso dei Pirreri si affidavano anche tanti pescatori i quali, prima che un moderno palazzo ne occultasse la vista, avevano modo di scorgere quella chiesa anche dal mare.

Poco più sotto c’è poi la via Palazzo Cirillo che ci ricorda di una pagina triste della storia termitana; qui infatti, prima che l’11 Settembre del 1906 una forte scossa di terremoto investisse la nostra città, sorgeva un sontuoso palazzo di proprietà della famiglia Cirillo; palazzo che ebbe a crollare proprio a causa di quell’evento sismico. Come ben si vede quindi tanti fatti si apprendono anche attraverso il semplice racconto della vita di un quartiere; fatti che sono stati vissuti dai nostri antenati che nel tempo ne hanno scritto la storia e tramandato la memoria.

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