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Termini Imerese: “Ni viremu o Campanaru” – di Nando Cimino

Questo era quello che si dicevano i ragazzi termitani quando, almeno così era fin negli anni settanta, ci si voleva dare un qualche appuntamento

“Ni viremu o campanaru”; questo era quello che si dicevano i ragazzi termitani quando, almeno così era fin negli anni settanta, ci si voleva dare un qualche appuntamento.

O campanaru, simbolo della nostra Villa Palmeri, ci si riuniva anche quando si marinava la scuola o, come si diceva allora, si faceva timuni; e sempre li andavano a cercare momenti di intimità tante giovani coppiette per scambiarsi “discrete” effusioni. U campanaru, ovvero il campanile, è quello che rimane della antica Chiesa di San Giovanni Battista; chiesa cinquecentesca che nella originaria forma richiamava la stella ottagonale simbolo del Sovrano Militare Ordine dei Cavalieri di Malta di cui fu anche sede. La chiesa venne fatta costruire nel 1508 quando l’ordine era già ben stabilito nel nostro territorio ed a Palermo, come riporta lo storico Carmelo Trasselli, sotto la direzione di Fra Onofrio Acciaiuoli, in quel secolo era pure ben attiva una ricevitoria; struttura assimilabile ad una banca. Sicuramente quindi, esponenti di questo Sovrano Ordine, dovevano avere in quegli anni stretti rapporti, e non solo religiosi, anche con Termini Imerese.

Nel testo “La Sicilia e l’ordine di Malta” è infatti riportato proprio di un banchiere, tale Perotto Torongi originario di Maiorca e radicato a Palermo, che si era arricchito con il commercio del grano. E ben sappiamo, proprio a proposito di grano, quanto importante fosse in quegli anni la nostra città per la presenza di quello che possiamo considerare il più grande “caricatore” di frumento della costa tirrenica siciliana. La Chiesa di San Giovanni di Termini Imerese venne demolita negli anni 20 e si salvò solo “u campanaru” che, alto circa 18 metri, è stato a sua volta oggetto di restauro nel 2007.

Ed a proposito di campanaru e di campane, tra i miei ricordi d’infanzia, c’è quello di un mio anziano vicino di casa che si chiamava Don Santu Palummu, il quale ogni qual volta sentiva suonar campane recitava questi versi:

“Sona sona u campanaru
chiama a genti pi la missa
e lu populu gnoranti
curri lestu comu un fissa!”

Lo stesso Don Santu che evidentemente non aveva molta simpatia per i campanari e per le campane, ogni qual volta le sentiva suonare a morto esclamava:

“Santa campana arricampativi a cu vi sona!”

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