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Termini Imerese: Ricordi di San Martino – di Nando Cimino

Il giorno di San Martino è stato sempre un giorno particolarmente gioioso e ricco di attese e speranze

Forse non tutti sanno che anticamente il ciclo di Avvento che precedeva il Natale era considerato Tempo di Penitenza; ed era una fase durante la quale ai fedeli veniva imposto di osservare il digiuno per almeno tre volte a settimana. Questo periodo, che di fatto iniziava subito dopo San Martino, era proprio detto della “Quaresima di San Martino”.

Ecco quindi che, soprattutto fra i contadini, tale festa veniva considerata quasi come fosse un capodanno; ovvero giorno durante il quale si mangiava e si beveva in abbondanza ed in allegria. Il giorno di San Martino è stato quindi sempre un giorno particolarmente gioioso e ricco di attese e speranze. Quando a Termini Imerese i contadini erano tanti e le vigne pure, una delle giornate più belle dell’anno era proprio quella di San Martino; quel giorno infatti si spinucciava la botte per assaggiare il vino novello, frutto di duro lavoro e di tanta passione. E di botti, gran parte dei contadini, ne possedevano almeno una; magari riposta in qualche umido catojo od addirittura in un angolo della stessa casa. E spesso, chi di vino ne aveva prodotto in abbondanza, si premurava pure a venderlo in proprio; ovvero, come si diceva allora “a parti di casa”. Mi ricordo in particolare nella mia zona di don Totò Cirivello nel Chiassulo Fumaloro e del Fratello Giacomo in via Marfisi che vendevano dell’ottimo vino prodotto nelle rinomate vigne di contrada Canna dove avevano le loro campagne anche mia zia Carmela e mio zio Ciccio che ancora oggi ricordo con affetto.

Veniva chiamato “u vinuzzu di San Martino” oppure “vinu picciriddu”, proprio perché non aveva ancora raggiunto la giusta “età” per essere bevuto. Quel giorno le mamme e le nonne aspettavano ansiose il calar della sera quando gli uomini, di ritorno dai campi, si preparavano a ripetere quell’antico rito che da secoli scandiva la vita dei nostri viddani. Il piatto tipico erano “i favi vugghiuti chi salicheddi” che venivano serviti ben caldi anche perché allora, a differenza di oggi, il clima di Novembre era già freddo. Quel giorno facevano affari d’oro pure le tante taverne di cui la città era piena e dove, anche in quel caso, venivano servite i “favi a cunigghiu” oppure gustose uova sode. Molto conosciuta ed apprezzata era l’osteria du zzù Viciù nella parte alta di via Stesicoro quasi nei pressi di piazza Umberto I°. Qui la moglie, donna Jannù detta a liparota, preparava dell’ottima trippa a stricasali, u zirenu vugghiutu o u vureddu da cura.

Le taverne non avevano alcuna insegna ma per renderle riconoscibili i gestori appendevano sopra la porta un fascio di rametti di carrubbo, comunemente chiamato “a bannera”. Nella parte bassa della città in quel giorno c’era particolare movimento pure al numero 15 di via Pirrone, una traversina della “Strata Virdura” dove gestiva la sua taverna il signor Emilio Cilfone. U zzu Miliu infatti, proprio per San Martino, offriva gratuitamente a tutti i suoi abituali clienti un bel “litrotto” di moscato per la classica “abbagnata” dei tipici biscotti. Insomma era per tutti una vera festa che in qualche maniera segnava anche l’arrivo della stagione fredda; quando il lento scorrere del tempo era ancora scandito dall’avvicendarsi delle feste e dalle attività agricole.

E per concludere eccovi pure alcuni proverbi e due filastrocche che come sempre vi trascrivo nella variante in uso nella mia città ovvero Termini Imerese.

“San Martinu s’arrusti lu porcu e si vivi lu vinu
A San Martinu ogni mustu è vinu
A San Martinu castagni e vinu
A San Martinu favuzzi vugghiuti e vinu novu cu bona saluti
A San Martinu si grapi la vutti e si tasta lu vinu
A San Martinu lu mmernu è vicinu
A ‘stati di San Martinu dura quantu di sira a matinu
A San Martinu cu havi furmentu u porta o mulinu

Manu modda manu modda
lu Signuri ti la ‘ncodda
ti a ‘ncodda a pani e vinu
Viva Viva San Martinu.

San Martinu cu sò mantu
di lu friddu unn’appi scantu
lu spartiu c’un puvureddu
e spuntò lu suli beddu”.

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